“Mozart fake news” di Carlo Vitali su “Classic Voice”, n. 214 (marzo 2017)

“La Jupiter, la Haffner, la Posthorn, la Parigi, la Praga. Sono tra le sinfonie di maggior successo di Wolfgang Amadeus Mozart. Ma che potrebbero non essere di Mozart. Almeno secondo due ricercatori italiani e studiosi della Wiener Klassik, Luca Bianchini e Anna Trombetta […]”, scrive “Il Fatto quotidiano”. Da mesi impazza sul web il loro Mozart – La Caduta degli dei. Parte prima (d’ora in poi: “Il Libro”), uscito nell’aprile 2016 sotto l’etichetta Youcanprint Self-Publishing di Tricase (Lecce) ma stampato in Germania a cura di Amazon, che provvede anche alla distribuzione e alla pubblicità su centinaia di siti. “Siamo storici della musica per professione. Il nostro libro è un libro di storia della musica” dichiarano su Facebook i coniugi Bianchini e Trombetta (d’ora in poi “B&T”), laureati con lode alla Scuola di Filologia Musicale di Cremona. Con siffatte credenziali perché pubblicano in samizdat come i dissidenti del fu impero sovietico? Mancano forse in Italia le case editrici e le riviste pronte a ospitare – s’intende dopo peer review e a condizioni economiche, ahinoi, mortificanti – uno studio che prometta di demolire icone culturali di cotanto calibro? Possibile risposta: B&T si considerano appunto dissidenti da un establishment musicologico cinico e baro, asservito a interessi industriali che censurano la verità per non perdere i profitti derivanti da discografia, cinema, turismo, smercio di magliette, Mozartkugeln e relativo indotto.

Tesi suggestiva al pari di altre più o meno nuove che in tempi di social e convergenze multimediali si propagano esponenzialmente, generando quadrilioni di parole e altri flussi forse meno immateriali. Elenco non esaustivo: menzogna di Auschwitz, scie chimiche, dischi volanti, vaccini omicidi, terapie alternative, élites pluto-giudaico-massoniche alla conquista del mondo…Vero o falso? Poco importa purché se ne parli; e certo una vocina su Wikipedia può dare visibilità ben più di tanti saggi specialistici che la Dea Rete elargisce in Pdf solo ai privilegiati o ai paganti (vedi il portale JStor) mentre le poche copie cartacee s’impolverano sugli scaffali delle biblioteche. Ancora B&T: “Noi siamo ricercatori liberi, non ci finanzia il Vaticano né qualche centro universitario. Non abbiamo padrini a cui rendere conto”. Per dirla papale-papale: ai microfoni della Santa Sede daremo credito quando parlano ex cathedra di fede e di morale; fuori di queste materie sono una voce come un’altra (Matteo, 22/21).

E dunque non ci turba più di tanto l’ecumenica sinergia con cui lodano il Libro la Radio Vaticana, “Il Fatto quotidiano”, le pagine Facebook e Twitter gestite dagli stessi B&T. Partendo dalla base della piramide, chi li chiama “picconatori”, chi “nuovi Sgarbi” e chi più sobriamente annota: “La cosa più sconcertante è scoprire che la montagna di fandonie sul povero Mozart sono note da tempo ai musicologi ma nessuno le racconta al grande pubblico”. Le ricezioni del quale sono miste, ma tanto più interessanti quanto più recise perché consentono di monitorare la caduta degli scudi critici dalle 456 pagine del Libro ai 140 caratteruzzi di Twitter. Qualche campione. “A Mozart fu addirittura assegnato un nome mistico tratto dalla mitologia nordica”. Chi l’assegnò? B&T (p. 66) dicono Wagner, citandolo di seconda mano da un articolo sulla “Allgemeine Musikzeitung” del 1937. Vi si afferma che il cognome Mozart rimanderebbe a Moutishart, ossia re del coraggio, antico epiteto di Wotan. La meno creativa voce del Duden Lexikon der Familiennamen (2008), sostiene invece che il cognome Mo(t)zhart, attestato ad Augusta fin dal XIV secolo, sarebbe composto di “motzen” e “harti”. Nel dialetto alemannico parlato dagli avi di Wolfgang: sporcaccione che rovista nel fango, invidioso e diavolo. Ghiotta occasione perduta per B&T, i quali non paiono sapere molto di tedesco; vuoi arcaico e dialettale, vuoi moderno.

Se così non fosse, eviterebbero d’iscrivere il principe-vescovo Hieronymus von Colloredo, l’esoso patrono dei Mozart, alla setta degli Illuminati di Baviera col soprannome di “Conon” (B&T, p. 129). Loro fonte è il libro Perfectibilists di Terry Melanson, un esoterista americano della più bell’acqua come si evince dal suo sito web. Consultando il database degli adepti curato da un gruppo di studio dell’Università di Erfurt (1382 nomi) scopriamo però che “Conon” era il conte Franz von Colloredo (1756-1831) tenente di fanteria nel reggimento Hohenhausen di stanza a Mannheim e citato nella “Münchener Zeitung” del 1780 fra i dieci ciambellani appena nominati dall’Elettore Carl Theodor.

Già, gli Illuminati. Altra perla del fan club face-twitteriano: “Senza la grande scuola musicale napoletana del Settecento, la musica classica non esisterebbe. Haydn, Mozart, Beethoven sono nei registri degli Illuminati di Baviera”. Non risulta, ma vi sta invece, col nome di battaglia “Hermogenes”, il capitano Ferdinand d’Anthoine (1746-1793), compositore dilettante, cognato di Andrea Luchesi e figura chiave della teoria complottista sui falsi mozartiani, haydniani e compagnia. Ne riparleremo. Gli Illuminati, setta deviata della Massoneria regolare, rispuntano a ogni passo nel Libro sulla scia di una paraletteratura che imputa loro di tutto: dal furto dell’Arca Perduta alla Rivoluzione francese, all’avvelenamento di Lessing, Leopoldo II d’Asburgo, Clemente XIV e ovviamente Mozart. Qui la bufala è d’annata. Nel 1861 Georg Daumer, poligrafo e policonvertito nonché poeta musicato da Brahms, scrisse che Mozart era stato avvelenato da una coalizione di Massoni, Illuminati, ex Gesuiti, Giacobini e Carbonari. Da allora non si contano le variazioni sul tema; l’ultima, propalata da B&T, le attribuisce l’opposto ma non incompatibile obiettivo di elevare a genio universale e campione della razza ariana, in posticcia trinità con Haydn e Beethoven, il mediocre pianista Mozart la cui morte passò inosservata nella Vienna del 1791. Processo di canonizzazione avviato fra 1836 e 1862 dai funzionari asburgici Kiesewetter e Köchel, promosso fra 1915 e 1936 dagli ebrei Alfred Einstein e Guido Adler (ma si scordano Wilhelm Fischer, altro ebreo allievo del precedente), e santità promulgata al popolo bue con l’incenso dei film agiografici commissionati dal dottor Goebbels.

Nel dicembre 1791, a cadavere ancora caldo, si scrisse invece: “Herr Mozardt, artista e beniamino della nostra epoca… primo maestro del pianoforte” (“Bayreuther Zeitung”); “la perdita di un genio originale della musica” (“Erlanger gelehrte Zeitungen”); “forse il primo compositore dopo Gluck” (“Gothaische gelehrte Zeitungen”); “i suoi lavori universalmente amati e ammirati… perdita irreparabile per la nobile arte dei suoni” (“Wiener Zeitung”); “questo famoso musicista, considerato il massimo genio mai posseduto da noi… assai rimpianto dalla Corte come dal pubblico” (“Morning Post and Daily Advertiser”). Forse per questo B&T dedicano un intero capitolo alla denuncia dei giornalisti venali e bugiardi; base della “dimostrazione”: ampi stralci dal libretto della rossiniana Gazzetta (1816).

Ancora il fan club: “L’orientamento germano-centrico assunto dalla recente musicologia mozartiana è preoccupante”. Recente? No, anzi “una vera e propria icona [che] incarna il potere politico austro-tedesco dalla fine del ‘700 alla caduta del Terzo Reich”. “Wolfgang quand’era in vita non fu il musicista preferito dagli Asburgo”. “Beethoven non aveva molta ammirazione per la musica per pianoforte di Mozart”. “Certo che è stato un compositore sufficiente nemmeno in grado di eseguire un contrappunto o di leggere correttamente uno spartito, però bravo ad improvvisare. Ai nostri giorni il Salisburghese sarebbe stato un ottimo jazzista”.

E sono ancora rose e fiori a paragone dei famosi “teoremi di Taboga”. Chi era costui? domanderà chi si fosse distratto durante l’ultimo quarto di secolo. Giorgio Taboga, professore di matematica, confessava di non conoscere la musica (Andrea Luchesi e l’origine della Wiener Klassik, intervento a un convegno di Bergamo, 2004). Il che non gl’impedì di stabilire con argomenti codicologici di dubbia fondatezza che “La Wiener Klassik è […] da considerare un fenomeno tutto italiano. […] Haydn non ha composto una sola sinfonia e quelle ancora a lui intestate sono di Sammartini e Luchesi; anche le grandi Messe e gli oratori non sono suoi. I settanta lavori già scoperti non suoi dimostrano che Mozart è ancora un nome comune. Le sue migliori sinfonie sono da accreditare a Luchesi; Beethoven è potuto divenire un genio della musica grazie al lungo ed accurato insegnamento che ebbe a Bonn dal Kapellmeister Andrea Luchesi”. Il genio veneto misconosciuto che, in base ad una “prassi generale” non dimostrata e a un contratto-capestro mai ritrovato, intestava ad altri i capolavori e prodotti di modesta routine a se stesso. Luchesi? Più ne ascolti e peggio è. La Sinfonia dall’Ademira (1784): progressioni e ribattimenti senza un’idea tematica memorabile. Requiem e Dies Irae (1771): soluzioni armoniche scontate, strumentazione festosa come per una partita di caccia, un fugato scolastico su “Liber scriptus”. Ridateci Paisiello e Cimarosa.

Chi voglia approfondire il Taboga-pensiero, condito di pesanti contumelie a carico di studiosi riluttanti a seguirlo sino in fondo, legga le devastanti analisi tecniche comparse in un decennio sul forum musica-classica.it. In questa sede basta segnalarne il furore revisionista cui nel tempo si sono accodati lo scozzese Robert Newman, la sino-australiana Pei-Gwen South e, con acritica opera di mirroring, gli stessi B&T sul loro vecchio sito italianopera.org. C’è di tutto e il contrario di tutto, ma dall’insieme esala un acre moralismo che ha per strumento precipuo la character assassination di chiunque possa ostare al Primo Teorema di Taboga e relativi corollari: “Non esistono geni autodidatti […] Ossia: Quando un artista ‘produce’ lavori di livello non giustificato dal curriculum di studi dimostrabile, ci sono solo due possibilità: a) è stato nascosto il maestro. b) i lavori non sono suoi”.

Dunque tutti dilettanti, bugiardi, plagiari o plagiati: Leopold Mozart, Padre Martini, Hasse, Burney, Ligniville, Johann Christian Bach, l’onesto Hermann Abert che scovò in Mozart un mare di modelli italiani. Il catalogo autografo alla British Library: un falso “retrospettivo”. Gli autografi musicali? Troppi, quindi sospetti; ma se ne manca uno è prova di una falsa attribuzione. Abbozzi e correzioni? Wolfgang li avrà seminati nelle sue carte per depistare i musicologi del futuro. Nonostante qualche cauta presa di distanza, B&T riprendono molti paralogismi del matematico Taboga, gli dedicano il Libro con l’esilarante qualifica di “uomo del dubbio” e si fanno scortare nelle interviste a Radio Vaticana (11 puntate) dal di lui figlio e continuatore Agostino, di professione regista. Per una completa disamina del Libro sarebbe quindi necessario un albero genealogico della bufala, che risparmiamo al paziente lettore in attesa del secondo tomo previsto per ottobre con nuove “rivelazioni” sul periodo 1780-1945.

Come pegno di future risate gli lasciamo un paio di amenità contenute nel primo, scelte fra le dozzine di cui siamo pronti a rivelare le chiavi dietro accredito di 5 bitcoins sul nostro conto offshore alle Isole Tabogas. “Il quarto di tono è un intervallo quasi impossibile da percepire” (p. 83). Il sonetto in onore di Mozart attribuito a Corilla Olimpica è “un’aria di baule valida per ogni occasione” e di gender neutro (232 sgg.). Mozart padre e figlio millantavano senza diritto il titolo di Kapellmeister (passim, è un chiodo fisso). Leopold “piratò” il suo trattato Gründliche Violinschule da Tartini, Geminiani e Locatelli (119 sgg.). Il fan club si beve, elevandole a dogma di fede, queste ed altre inimitabili pagine dei due coniugi che cozzano – “a piene corna, stupendamente”, direbbe Gadda – contro ogni criterio di metodologia storica; di più: contro ogni logica e buon costume. Come quando a difesa di una giusta causa, l’innocenza di Salieri dalle accuse di veneficio, bollano di pregiudizio etnico il sottotitolo di un’ottima biografia di Volkmar Braunbehrens disponibile anche in traduzione (p. 49, n. 123). Ricordate quel Bibliotecario di Musil che non andava mai oltre il frontespizio? Povero onore della musica italiana, se hai di questi difensori!

Revisionismi, complottismi e post-verità 

Beethoven a modo mio

Confuta tesi mai sostenute o da tempo screditate; fornisce dati artefatti, cita documenti a pro delle sue idee ma omette quelli contro: se un testimone riporta una frase scomoda, o mente o è stato preso in giro. Ecco l’identikit del musicologo revisionista secondo il filologo Fabrizio Della Seta (Università di Pavia). Nel caso specifico si tratta del Beethoven (2004) “reazionario” di Piero Buscaroli, ma l’analisi può applicarsi ad altri fortunati volumi dello stesso autore, ad esempio La nuova immagine di Bach (1982).

Bach plagiario

Bach è descritto in vari studi recenti come: teppista giovanile, plagiario, adultero, falso devoto, antisemita e precursore del nazismo (sull’ultima accusa si veda il blog del famoso polemista Norman Lebrecht). Nel 2006 l’australiano Martin Jarvis ha “scoperto” che le Suites per violoncello e il tema delle Goldberg sono farina del sacco di Anna Magdalena. Demolita dagli specialisti, la teoria è stata esposta nel volume Written by Mrs Bach (2011), poi tradotto nell’omonimo docu-film del 2014.

Mahler onanista

Alfiera del femminismo 2.0, la statunitense Susan McClary analizza le protratte cadenze nel finale della Nona Sinfonia per diagnosticare a Beethoven la sindrome dello stupratore impotente incapace di raggiungere l’orgasmo, scopre nella musica di Mahler e Richard Strauss il sintomo di pratiche masturbatorie e vede nella forma-sonata una costruzione sociale volta a ribadire la tirannia del maschio bianco occidentale sulla donna. Per chi domanda le prove l’anatema è pronto: misogino e “formalista”.

Handel gay

Il “Gay Handel Debate” nasce negli anni ’80 all’insegna dell’epistemologia liquida. Definendo impossibile la verifica dell’assunto, i pro (Gary C. Thomas, Ellen T. Harris) accumulano insinuazioni a-fattuali e controfattuali, addossano agli avversari l’onere della prova e li delegittimano a priori come omofobi, misogini, ecc. Meno astratta la guerra su Šostakovic: dissidente occulto o profittatore di regime? La pagina web The Shostakovich Debate introduce ad un vero problema aperto fin dal 1979.

INNI SU

FACEBOOK

In attesa delle recensioni della “casta” musicologica, ecco i commenti del popolo della rete: “La Germania continua a fare non pochi danni a quanto pare!” (Giovanni S.); “Prima di sparare cazzate neoromantiche in merito alla ‘genialità’ di Mozart siete pregati di leggere almeno un paio di capitoli di questo libro” (Guido T.); “La cosa più sconcertante è scoprire che la montagna di fandonie sul povero Mozart sono note da tempo ai musicologi ma nessuno le racconta al grande pubblico” (Z); “Si intuisce bene come il dominio austroungarico condizioni l’ascolto e la visione della musica da 2 secoli” (Luca F.); “I ‘nuovi Sgarbi della musicologia’?” (Giorgio S.).

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