L’Accademia della Bufala, n. 6: Carlo Vitali risponde ai lettori di «Musica»

Carlo Vitali risponde ai lettori di «Musica»

Giuseppe Fochesato: Vitali avrà ragione a criticare la limitata visione storica etnica dei due musicologi, però, non ci dice se la trattazione sui falsi mozartiani (come l’esame per l’accademia bolognese) siano da eliminare e tornare a considerare Mozart un genio divino senza sforzo.

L’aggregazione all’Accademia Filarmonica di Bologna era un diploma professionalizzante per i musicisti locali, ma Mozart l’ottenne secondo la formula di “maestro compositore alla forestiera”; dunque un puro titolo onorifico come quello di “maestro di cappella dell’Accademia Filarmonica di Verona” a lui conferito con voto unanime il 5 gennaio 1771. Nel caso dell’esame bolognese (9 ottobre 1770) si trattava di armonizzare a 4 voci un’antifona, sorteggiata dal graduale romano, secondo le regole del “contrappunto osservato”, grosso modo palestriniano. I documenti relativi sono ampiamente pubblicati con tanto di facsimili (ad es. Vatielli 1922, Tagliavini 1956). Nessuna seria biografia mozartiana trascura di citare l’esistenza di tre versioni del compito d’esame. La versione originale del compito e quella purgata da Padre Martini sono state incise su disco: nella prima si ascolta una graziosa sonatina per tastiera con accordi di settima diminuita.

È chiaro che in questa fase il ragazzino Wolfgang aveva un’idea imperfetta dello “stile osservato”, eppure il suo compito fu “giudicato sufficiente” dagli Accademici “riguardo alle circostanze d’esso lui”. I bravi bolognesi dimostrarono di non essere parrucconi retrivi inchiodati alle antiche regole come tanti Beckmesser; di una “dissenting opinion” in seno alla commissione d’esame non v’è traccia nei verbali. Abbiamo la parola di Leopold Mozart contro quella di Bianchini e Trombetta. Alla conoscenza dei fatti quei signori non aggiungono nulla, se non cervellotiche interpretazioni ispirate ad un moralismo peloso. Si figuri che propongono la radiazione postuma di Padre Martini dall’albo degli insegnanti…

Quanto all’alternativa che lei mi propone, la risposta è un secco no. Per salire a tali altezze anche un eccelso talento naturale necessita di studio, esperimenti ed errori. Mozart in questo non fa eccezione, ma per saperlo non abbiamo bisogno di farneticazioni come quelle dei signori B&T. Le consiglio l’ascolto di un recente doppio CD (Mozart – The Vienna Concert 23 March 1783) dove si offre una nitida cartografia di quella maturazione umana, tecnica e stilistica che nell’arco di un ventennio elevò il bimbo-prodigio da avido assimilatore di linguaggi diversi a genio originale e assoluto. Né caso né miracolo inspiegabile; semmai effetto combinato di una speciale grazia – come intuì subito un padre credente a modo suo – e duro lavoro. Con buona pace di cineasti ruffianelli e complottisti assortiti.

Federica Fanizza: per impinguare la letteratura su Mozart invitiamo alla lettura di un libro uscito a Rovereto: 2016, Aletti Editore. Fulvio Zanoni, Il delitto della roggia Grande ossia Wolfgang e Gotifredo. Romanzo storico. Ogni passo e avvenimento biografico è sostenuto sia storicamente che musicalmente eppure è un giallo di fatti realmente accaduti. Si consiglia questa per contrastare le notizie false e tendenziose.

Grazie per la segnalazione di questo volume, che non conoscevo. Naturale che un romanzo storico basato sulla familiarità con gli archivi e condito da capacità di deduzione psicologica, nonché da una scrittura di buon livello, possa insegnare più di una macchina del fango redatta in uno stile ampolloso, sconnesso e indigeribile. Anche per scrivere un nuovo Codice da Vinci manca ai nostri sedicenti musicologi il talento affabulatorio – giusto per fare un esempio – di Maria Bellonci. I suoi libri Lucrezia Borgia (1939), Segreti dei Gonzaga (1947) e Rinascimento privato (1985) hanno ispirato generazioni di studenti che poi si sono dati con ottimi risultati alla professione di storico. Dubito che ciò accadrà agli sventurati discepoli dei professori B&T.

Arianna Bemporad (ricevuto via e-mail): Sto leggendo fra megabytes di risate la serie “L’accademia della bufala” del geniale Carlo Vitali. Solo una domanda: qui a Napoli la mozzarella di bufala, al naturale, in insalata o sulla pizza, è considerata un cibo pregiato. Perché Vitali, e non solo lui, usa il termine come sinonimo di fake news e di fregatura? Le capre, questo lo capisco, sono quelle di Sgarbi, eppure anche col loro latte si fa un ottimo formaggio: il caprino. Mentre con il libro di B&T, che incautamente avevo comperato, il mio fratellino sta costruendo una flotta di barchette di carta.

Gentile Arianna, non merito i suoi complimenti, che pure rientrano nell’iperbolica cortesia partenopea. Perfino Verdi ebbe a lagnarsene, e io non sono Verdi. Al suo dubbio linguistico ha già offerto una dotta risposta l’Accademia della Crusca: http://www.accademiadellacrusca.it/…/domande-risposte/quest…

Nulla ho da aggiungervi, salvo ribadire il mio massimo gradimento per le bufale veraci di Paestum, l’insalata caprese e il formaggio caprino del Cilento, alias cacioricotta. È vero: spesso certe metafore fanno torto al termine di riferimento. Bisogna sempre saper distinguere, ed è quanto il suo fratellino sembra fare ottimamente. Che sia lui il vero genio?

Enrico Raggi (ricevuto via e-mail): Sto leggendo il libro “La caduta degli Dei” e seguo con enorme interesse le Sue puntualizzazioni al riguardo. Risultano evidenti nei due autori l’intento demolitorio, il desiderio di balzare agli onori della cronaca attraverso l’attacco ai uno dei pilastri dell’arte dei suoni, l’approccio storico-musicologico superficiale e disinformato, e via elencando. La “vita di Mozart priva di mirabili successi” (p. 409), i “numerosi compositori molto più dotati di Mozart, Haydn, Beethoven” (p. 394), il totale rigetto per la parola “genio”, sono frasi e atteggiamenti fra il grottesco e il patologico. Se innumerevoli dettagli sono imprecisi, errati, con prospettive storiche falsate, tuttavia, sono a chiederLe alcune precisazioni, per un sincero desiderio di verità:

1. È vero l’impaccio contrappuntistico del giovane Mozart? Il “compito” mozartiano (l’Antifona) lo scrisse veramente Padre Martini?
1bis. E molti Cànoni scatologici mozartiani (il K 233, per esempio) sono in realtà opere altrui (Trnka)?
2. L’episodio del “Miserere” è un’invenzione di Leopold, o c’è del vero nella prodigiosa memoria del ragazzo?
3. Anche i cataloghi più recenti inglobano opere di dubbia attribuzione, senza indicarlo?
4. La musicologia tedesca chiude volentieri un occhio, o tace, rispetto al certe zone d’ombra?
E così via. L’acqua sporca in questo libro è moltissima; in molte zone, c’è anche del dolo. Ma non vorrei gettare via anche quel poco di interessante e veritiero mi trovo fra le mani. Sperando di non averLa disturbata (mi scuso per aver scritto “a casaccio” nel web, ma non alla Sua mail), La ringrazio per l’attenzione che vorrà prestarmi.

Grazie per le sue domande, che rivelano senso critico e competenza nella materia.

Circa il punto 1 credo di aver già risposto al lettore Fochesato.
Punto 1bis. A parte che simili composizioni paiono poco rilevanti in quanto prodotte per sedute conviviali in contesti d’improvvisazione collettiva e senza grandi pretese d’arte, il problema delle fonti e relative attribuzioni è trattato con teutonica acribia da Albert Dunning nell’introduzione e apparato critico al volume III/10 della Neue Mozart Ausgabe (1974), scaricabile da Internet anche in versione inglese. Non è certo una scoperta dei signori B&T.
Punto 2: Leopold, come fanno i moderni uffici-stampa, più che inventare amplifica i fatti a beneficio del suo “cliente”. Racconta che il ragazzino fece la trascrizione in due sedute d’ascolto, cosa non impossibile perché il famoso Miserere di Gregorio Allegri, a parte la leggenda metropolitana sulla scomunica, era stato ben descritto nel 1711 dal cantore pontificio Andrea Adami da Bolsena: “poche note, ma […] ben modulate e meglio intese”. Consta infatti di una sezione ripetuta in semplice falsobordone a quattro voci (più occasionali brevi squarci in canto fermo), alternata con versetti polifonici ripartiti fra un coro a cappella di quattro voci e uno di cinque. Predominano gli accordi sillabati isocroni sopra la melodia vocalizzata, e solo nel finale le nove voci si uniscono in un’armonia un poco più densa. Prima e dopo la visita di Mozart furono in parecchi a trascriverlo, se alcuni viaggiatori raccontano che lo si vendeva clandestinamente per le vie di Roma. Discreta impresa, ma non trascendentale per un musicista quattordicenne cresciuto a Salisburgo, dove nella Cattedrale di san Ruperto si cantava Messa anche a 4 e 5 cori con due organi e strumenti.
Punto 3. Assolutamente no. Nel catalogo Köchel 6 la sezione Anhang (appendice di lavori dubbi e spurii) è continuamente aggiornata in base alle ricerche più recenti.
Punto 4. Falso. Pensi che l’episodio del Miserere è stato analizzato con estrema ricchezza di contesti storico-stilistici, proprio durante l’infausta epoca nazista, da Julius Amann (Allegris Miserere und die Auffürungspraxis in der Sistina, Regensburg, 1935-7) ed Elisabeth J. Luin, Mozarts Aufenthalt in Rom in “Neues Mozart-Jahrbuch” III (1943). Perfino allora c’era chi studiava seriamente e chi leccava gli stivali all’ideologia dominante. Ancor meno valgono i teoremi germanofobi di Taboga e seguaci per la ricerca mozartiana post-bellica, cui contribuiscono validi studiosi di ogni lingua e nazione: anglosassoni e non solo.
Ma non conoscendo il tedesco e volendo fare di ogni erba una svastica, i signori B&T mietono solo figuracce. Se qualcosa nuota nella loro acqua sporca sono i bambini altrui e i prodotti della loro scatologica (a proposito!) fantasia. Ne riparleremo con nuove prove su «Musica» di giugno; stay tuned!

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