Newspapers: “La favola del Requiem” di Carlo Vitali-Carlo Fiore, in «Classic Voice» n. 221 (ottobre 2017)

La favola del Requiem

di Carlo Vitali-Carlo Fiore, in «Classic Voice» n. 221 (ottobre 2017), pp. 35-36

Mozart morì per una banale epidemia da streptococco. Eppure la leggenda della sua uccisione dilagò fin dal Settecento. Smentita dai più grandi studiosi, oggi persiste nella più scadente editoria musicale italiana

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La quadratura del cerchio, la macchina del moto perpetuo, la decrifrazione dell’etrusco come lingua turanica: in siffatte “rivoluzioni” scientifiche si esibiscono dilettanti genialoidi o professorini di provincia avidi di scorciatoie alla notorietà. Nella subcultura della verità 2.0, fra i diritti umani se ne scopre uno nuovo: lo jus solae, ossia il diritto alla “sòla”, lemma romanesco sinonimo di “bufala”. I conti del bufalaro tornano sempre, ma perché li si fa tornare a prezzo di aporie logiche, soppressione di documenti, delegittimazione a priori dei testimoni scomodi, invenzione di fattoidi e riciclaggio di vecchie mattane. Con buona pace della comunità accademica — peraltro non vergine di peccato in parole e soprattutto omissioni — tali stupri a danno di Nonna Ricerca dilagano; in Italia più che altrove, visto che da noi i mediatori culturali (leggi: divulgatori onesti e preparati) trovano poco spazio nelle redazioni vuoi cartacee vuoi televisive. Chiaro: più le spara grosse, più la butta in caciara pseudopolitica berciando insulti, più si pavoneggia in penne altrui, e più il bufalaro fa aumentare audicence e tiratura. Siamo tutti soggetti a sbagliare? Ovvio. Ogni storico è revisionista in quanto rivede il lavoro dei predecessori? Si concede, ma una cosa è l’errore del tipo “2+2 = 5” e un’altra “2+2 = una bresaola”. Per sanare il primo basta una verifica di calcoli, per il secondo servirebbe il Prozac.

Un caso di scuola è la morte di Mozart, commessa in arruffato groviglio mitologico alla creazione del Requiem K 626. Nessun brano ha fatto scorrere più inchiostro di una partitura che nella vulgata dura solo una cinquantina di minuti. Il formarsi della leggenda nasce dalla coincidenza tra il pezzo e la destinazione funeraria e la morte prematura del suo autore, segno dello scandalo insito nella nostra stessa morte se non confortata dalla fede nella vita futura. Se perfino un genio può morire senza aver compiuto il suo personale destino, è l’intollerabile trionfo della materialità e del caso. Si parlerà allora di delitti e d società segrete al lavoro, essendo segrete sono la soluzione più comoda perché non verificabile.

I medici più illustri di Vienna formularono diagnosi confermate dalla patografia più recente: niente veleno, sono una banale epidemia da streptococco. Il primo biografo Friedrich Schlitchegroll scrisse già l’essenziale nel 1793: il Requiem era un capolavoro lasciato incompiuto e la suprema testimonianza del genio mozartiano. Poi ci si misero di mezzo le mene affaristiche della vedova Constanze, gli aneddoti propalati da Friedrich Rochlitz, direttore della “Allgemeine musikalische Zeitung”, la concorrenza fra gli editori Breitkopf e André rinfocolata dalle rivelazioni tardive di Franz Xavier Süssmayr, allievo di Salieri e assistente di Mozart (1800), del maestro elementare Anton Herzog (1839); per tacere di quelle postume e largamente apocrife (1856) del cameriere Joseph Deiner, nonché delle velleità investigative di avvocati melomani come Gottfried Weber (1825) o di letterati anche di altissimo rango (Pushkin, 1830).

Sul finire del Novecento pareva si fosse toccato il fondo con il film Amadeus di Milos Forman (1984) e il romanzo Mozart and Constanze di Francis Carr (1991), due fictional stories di buona fattura narrativa ma divorziate dai fatti. Della prima ci siamo già occupati su queste pagine; per la seconda basti dire che il suo autore, portaborse parlamentare a Westminster, si distinse rispolverando la stantìa “questione shakespiriana” per concludere che i drammi del Cigno di Stratford e il Don Chisciotte erano opera di… Francesco Bacone.

Giusto nel 1991 usciva in originale tedesco Il Requiem di Mozart. La storia, i documenti di Christoph Wolff; la traduzione accresciuta in lingua inglese (Oxford e Berkeley) data al 1994; l’Italietta editoriale è giunta in ritardo nel 2006, ma si è riscattata con l’ottimo Mozart: Verso il Requiem di Ernesto Napolitano (2004), Nel 2012 Wolff è tornato sul tema rimesso in contesto biografico con Mozart at The Gateway to His Fortune: Serving The Emperor; e lo stesso anno è uscita una breve ma succosa monografia di Simon P. Keefe (Mozart’s Requiem: Reception, Work, Completion), dove si raccolgono i frutti di un Colloquium all’ultimo sangue tra Wolff, Keefe, Robert D. Levin, Richard Maunder, Duncan Druce e David Black, pubblicato nel 2008 sul “Journal of the American Musicological Society”. Ultimo (per ora) l’australiano Black che, addottoratosi con Wolff a Harvard nel 2007, ha prodotto una sua edizione critica del Requiem in cui è disponibile da pochi mesi la registrazione del cd britannico sotto la bacchetta di John Butt. Così verrebbe da dire, si lavora nella continuità internazionale degli esperti, senza pagare dogana ai confini e badando più ai fatti che alle bolle mediatiche. Nei dettagli il consenso fatica a trovarsi, ci si scanna su minuzie come l’autenticità in due battute dell’Introitus, ma il quadro si precisa via via nel contrasto argomentato delle tesi.

Diversamente vanno le cose nel nostro stagno provinciale, dove si perdono mesi a discutere di un mattone in due volumi (945 pagine, 1066 note); Luca Bianchini e Anna Trombetta, La caduta degli dei: Parte I/II, Tricase, Youcanprint Self-Publishing, 2016-17; d’ora in poi B&T. Un selfie autoprodotto da cui l’esterrefatto lettore apprenderà quanto segue: “Negli ultimi giorni di vita di Mozart non sarebbe stato in grado di scrivere un Requiem, sia per lo stato di prostrazione fisica che per gli impegni incessanti di quel periodo” (B&T, II/371). Mozart fu bastonato a morte da una squadraccia inviata dai massoni della loggia Zur wahren Eintracht, i cui archivi sono andati dispersi. Ma la circostanza sarebbe provata dal diario di un certo barone T***, oggi “di nuovo irrangiungibile” dopo che un conte italiano l’aveva visionato a Budapest comunicandone il contenuto a Giorgio Taboga, il padre di tutti i revisionisti defunto nel 2010.  La data in cui fu decisa la spedizione punitiva — motivata con l’accusa “non paga i debiti e insidia le mogli dei massoni” — non è precisata, ma sarebbe di alcuni giorni posteriore al 18 novembre 1791 quando, affermano B&T , “Mozart stava benissimo” tanto che diresse nella loggia Zur neu-gekrönten Hoffnung la cantata massonica K 623 (II/353). Dunque non era poi tanto prostrato da non poter comporre, dirigere, insidiare le mogli dei Fratelli… Poco importa, perché a scrivere il Requiem fu una vera cooperativa di arrangiatori e di “negri”; o magari proprio lo stesso conte Franz von Walsegg che con Mozart aveva stipulato un contratto per intestarsi a pagamento la futura composizione. Tutti meno Mozart, insomma, ed è ironico che a unica testimonianza della favoleggiata “prassi settecentesca dell’anonimo”, grimaldello del sullodato Taboga per attribuire al compaesano Andrea Luchesi i migliori lavori di Mozart e di Haydn, i suoi discepoli non possano invocare che un esempio la cui vittima consenziente sarebbe appunto Mozart. Comune — al culmine di 40 paginate in cui si mescolano alla rinfusa i rimandi ad antichi biografi, musicologi moderni ovviamente bugiardi e/o reticenti, brandelli di facsimili, truculente descrizioni “dal vivo” dell’arcibufalaro Carr e suo divulgatore italiano Piero Buscaroli (inimicissimo di Taboga e in ultimo negatore di veleni e manganelli, ma questo non lo dicono) — eccoti la rivelazione decisiva: “Il Requiem, chiunque ne fosse l’autore, non è un lavoro che si possa definire opera di ‘genio’, o comunque ‘originale’” (II/379). E qui l’elenco di citazioni e influenze già note da tempo ma da loro rubricate a vergognoso plagio.

Il loro acume ermeneutico si riduce nell’oscillare fra un gretto economicismo e un moralismo guardone, per cui tutto si spiega con “un fatto di corna e di soldi” (II/353): quei suini di Breitkopf e del suo pubblicitario Rochlitz, quella porca di Constanze, quel cretino depravato di Mozart; musicologi, critici e discografici più maiali ancora perché perpetuano il mito della Wiener Klassik, invenzione asburgico-nazista ai dani del genio nostrano. Il tutto condito con un vittimismo da perdenti della Storia, tipo: noi abbiamo inventato tutto e gli stranieri ce lo rubano, o magari: il regno di Napoli era più industrializzato dell’Inghilterra; e poi “nazionalisti” sarebbero gli altri. Il resto per loro è silenzio. Che la creazione artistica abbia un’autonomia trascendente il dato biografico è per loro un mito romantico, non credono alla dinamica tra tradizione e innovazione ma solo allo Zeitgeist che arriva in stazione ad ora fissa e fa allineare tutti sul marciapiede. Ad una seria analisi tecnica (di cui sono incapaci?) sostituiscono la ricerca del “plagio” di quattro note o, ben che vada, delle ottave e quinte parallele vietate dal manuale di armonia. Miglior esegeta di loro è Paul Valéry quando osserva che “nel passato s’imitava la maestria, oggi si cerca la singolarità”.

LA FILOLOGIA
BOTTEGA MOZART

I citati Maunder, Druce, Levin e Black hanno firmato restauri più o meno filologici del Requiem; gli ultimi a partire da quello di Franz Beyer nel 1971. Esperimenti più creativi hanno coinvolto i compositori contemporanei Georg Friedrich Haas (Salisburgo, 2005), Dominic Muldowney, Philip Wilby e altri sei (Canterbury, 2006), Michael Finnissy (Southampton, 2011). Completare le incompiute? A prescindere dai rispettivi meriti e dalle ricadute sui diritti d’autore, va citata la preferenza espressa da Stanley Sadie, il compianto curatore del Grove’s Dictionary of Music, “per una versione che nasce dal circolo viennese di Mozart (e si sente) rispetto ad una nata nel tardo XX secolo (e si sente)”. Keefe gli dà ragione con riserva, soggiungendo che “l’artigianato casalingo” dei completamenti testimonia l’estetica modernista del progresso ma anche il nostro complicato rapporto con le realizzazioni del passato, dunque non è prova d’irriverenza né materia di polemica. In estrema sintesi, e sulla base dell’autografo oggi facilmente consultabile nel facsimile Bärenreiter curato da Günter Brosche e Christoph Wolff, questa era la situazione all’alba del 5 dicembre 1791, quando si spense Mozart (con “particella” gli specialisti indicano un abbozzo comprendente le parti vocali e il basso numerato, più alcune scarne indicazioni di strumentazione da svilupparsi in seguito):

I) Introitus Requiem aeternam orchestrazione completa
Kyrie particella

II) Sequentia Dies irae particella
mortuorum Tuba mirum “
Rex tremendae “
Recordare “
Confutatis “
Lacrymosa“ 8 battute complete
Amen (fuga) schizzo di 16 battute

III) Offertorium Domine Jesu particella
Hostias “

IV) Sanctus assente

V) Benedictus “

VI) Agnus Dei “

VII) Communio Lux aeterna “

Dal Kyrie in poi, alle parti abbozzate da Mozart si aggiunsero in misura limitata i contributi degli allievi e/o colleghi Franz Jakob Freystädtler, Joseph Eybler e Maximilian Stadler. Su tutto passò una mano unificante che, per natura o per intenzionale artificio, assomiglia tremendamente a quella autografa di Wolfgang: era quella del citato Süssmayr, che nella sua lettera del 1800 all’editore André confessa, non senza qualche equivoco linguistico, di essere il principale autore della musica. Ciò è senz’altro vero per le sezioni dal Sanctus al Communio, dove egli si limita a trapianti autologhi e ripetizioni cicliche. Potè usufruire, come afferma la vulgata messa in circolo da Constanze, di altri schizzi frammentari oggi perduti (di uno ci resta una vecchia fotografia) e delle istruzioni orali offerte dal morituro? Può essere; fatto sta che dei difetti rinfacciatigli dai suoi critici – goffaggini armoniche, pesantezze nell’orchestrazione, scarso sviluppo delle sezioni in contrappunto, ad esempio nell’Amen – nessuno o quasi si accorse finché il suo nome non fu svelato alla platea dei musicofili. E perfino Brahms, revisore del Requiem nel 1877, non dubitò di dover conservare un testo ormai consacrato dall’uso. O gran bontà dei revisori antiqui!
C.V.

 

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