Ahimè ch’io cado, n. 123: “‘La finta semplice’ di Mozart. Insinuazioni o calunnie?” di Michele Girardi (con appendice di Carlo Vitali)

Voglio dare un ulteriore esempio di quella che, a mio avviso, si definisce come «disonestà metodologica» commentando il post di Bianchini che cito sotto. Anzitutto se viene letto senza riferimenti è quasi ovvio che si recepisca la notizia come una conferma di quanto sostengono B&T sulle orme del revisionista Taboga, cioè che Mozart non abbia scritto molte delle composizione che gli vengono attribuite (quante? tutte? alcune? la Jupiter? Le nozze di Figaro? ecc.). Nel primo tomo della Caduta (a ruota libera) di B&T, che dèi non sono, l’affermazione viene provvista di un contesto: la diffidenza sorta nel 1768 alla corte viennese intorno a lui e al bimbo prodigio avrebbe obbligato Leopold Mozart a redigere e mettere a disposizione dell’Imperatore un catalogo delle opere del figlioletto dodicenne (p. 86), poi nella nota 231 (p. 87) i due valligiani ipotizzano che il vero autore dell’opera sia proprio Leopold (WAM avrebbe solo copiato il lavoro paterno in bella copia) e, senza motivare le loro affermazioni (che non risultano, come al solito, supportate da altra prova se non l’opinione dei cantanti citata) rimandano al secondo tomo. Lì impartiscono al malcapitato lettore una serie di argomentazioni tali da far ridere i polli, con lo scopo di contestare l’opinione più accreditata presso gli specialisti, vale a dire che la paternità del fallimento dell’opera vada ascritta al libretto, e di attribuirla invece a Leopold, asserendo al contempo (non dimostrano mai nulla questi due) che non si tratti di un capolavoro, e tracciando un infame parallelo con il giudizio dei ‘nazisti’ (quali?) che minimizzavano il talento di da Ponte in quanto ebreo d’origine (pp. 157-160). Ma la critica più aggiornata non valuta l’opera un capolavoro, pur riconoscendo al giovane artista doti somme in molti punti della partitura, dunque non si capisce perché B&T abbiano imbrattato le pagine del libro senza ragione. La conclusione è che l’esecuzione a Vienna non ebbe luogo, e ciò segnò il tramonto delle ambizioni di Leopold. Onestà avrebbe voluto che i due non tacessero sulla première a Salisburgo, che ebbe luogo nel 1769, forse il primo maggio, e magari commentassero gli interventi del padre sulla partitura autografa del figlio.

Sarebbe stato più corretto, inoltre, lasciare la parola allo stesso Leopold, per loro nient’altro che una sorta di imputato. Il compositore scrisse a Johann Hagenauer il 30 luglio 1768 (la traduzione, ottima, è quella di Murara, p. 254, già pesantemente manipolata in più d’una circostanza dal duo valtellinese) esponendo il suo punto di vista sul boicottaggio subito a Vienna e descrivendo anche l’atteggiamento dei cantanti, parte di un meccanismo più grande di loro:

«I cantanti, che in ogni modo sanno appena leggere le loro note e dei quali alcuni devono imparare le loro parti ad orecchio, affermavano che non potevano cantare le loro arie, mentre prima le avevano sentite da noi, le avevano approvate e applaudite e avevano detto che stavano loro bene. L’orchestra non voleva più essere diretta da un bambino, etc., e cento cose di questo genere. Nel frattempo alcuni sparsero la voce che la musica non valeva un fico, altri affermarono che essa non seguiva né le parole né la prosodia, giacché il bambino non capiva abbastanza la lingua italiana. – Non appena intesi ciò, dimostrai in vari ambienti bene in vista che il padre della musica Hasse e il grande Metastasio avevano dichiarato che quei calunniatori che affermavano ciò, dovevano solo andarli a trovare, per sentir dire dalla loro bocca che a Vienna erano state date 30 opere, le quali in nessun brano battevano quella del piccolo ragazzo, e che entrambi avevano la più grande ammirazione per lui. Si disse allora che non era stato il bambino a comporre l’opera, bensì il padre. – Ma qui i calunniatori persero tutto il loro credito, giacché passarono ab uno extremo ad aliud e si sedettero nel pepe. Feci prendere il primo volume a caso delle opere di Metastasio, aprire il libro e presentare a Wolfgang la prima aria che veniva in mano; egli prese la penna e, senza pensarci troppo – e davanti a parecchie persone di rango –, compose ad una velocità strabiliante la musica per quell’aria, con accompagnamento di numerosi strumenti».

Appendice

di Carlo Vitali

Quanto al merito letterario del libretto di Marco Coltellini, infelicemente tratto da Goldoni, basterebbe citare l’aria del basso buffo Cassandro, in tutto degna delle farse di Hanswurst (Gian Salsiccia), il beniamino del teatro leggero viennese:

E son come un can barbone
fra la carne ed il bastone;
vorrei stender lo zampino
e al baston più m’avvicino,
e abbaiando, mugolando,
piglio il porco e me ne vo.

Tu scrivi anche: “Ma la critica più aggiornata non valuta l’opera un capolavoro, pur riconoscendo al giovane artista doti somme in molti punti della partitura”.

Commento: Non c’è neppure bisogno d’invocare la critica più aggiornata. Questo era esattamente il parere di Otto Jahn, pubblicato la bellezza di 161 anni fa. Alla Finta semplice Jahn dedica due interi capitoli della sua monumentale biografia mozartiana. Raccoglie e valuta le testimonianze, illustra il contesto storico, loda dove c’è da lodare, afferma che si tratta dell’opera di un bambino che promette bene. Infine — dopo aver esaminato in dettaglio libretto e musica, comprese le aggiunte di mano di Leopold (invero modeste) sulla partitura autografa di Wolfgang — conclude con sereno equilibrio:

“Nell’insieme e nei dettagli l’opera è una vera opera buffa. Se oggi, a paragone con ciò cui siamo abituati e con quello che Mozart ha realizzato più tardi, essa ci pare per molti versi insignificante e antiquata, questo naturalmente non prova nulla contro il giudizio suddetto, il quale si basa sulla considerazione di quanto si faceva allora intorno e accanto a Mozart”.

Così ragiona, a prescindere da luogo e anno di nascita, un onesto critico e storico della musica dotato di buon senso. Ma allora i poveracci di Sondrio — che ogni tre per due diffamano Jahn, Abert, Paumgartner, Einstein e le altre “vecchie parrucche” della Musikwissenschaft chiamandoli nazionalisti, proto-nazisti e postnazisti — cosa sarebbero? Fondatori della musicologia scemifica? O spacciatori di carta igienica stampata a Lipsia (sì: anche loro, come si è dimostrato a suo tempo)?

P. S. A scanso di manipolazioni falsarie come quelle di Bianchini e Trombetta sul carteggio Murara, offro il riscontro con l’originale della prima edizione non ancora riveduta e accresciuta da Hermann Abert: Otto Jahn: W. A. Mozart, Leipzig, Breitkopf und Härtel, 1856: I/1/8, pp. 110-111: “im Ganzen und Einzelnen ist die Oper eine echte opera buffa. Wenn uns heutzutage dieselbe im Vergleich zu dem woran wir uns gewöhnt haben und zu dem was Mozart später geleistet hat, in vieler Hinsicht unbedeutend und veraltet vorkommt, so beweist das natürlich nichts gegen das obige Urtheil, das sich auf eine Betrachtung dessen gründet, was damals um und neben Mozart geleistet wurde”.

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