Ahimè ch’io cado, n. 175: “I suoni e i profumi volteggiano nell’aria della sera (in casa Mozart), ovvero Mozart sul lettino di Freud” di Renato Calza

Renato Calza esordisce, nella sua nuova veste di Accademico della Bufala, con un pezzo brillantissimo, nel quale muove contestazioni precisissime ai Bianchini, mozartiani per comodo. I due detrattori costruiscono ‘prove’ facendo dire agli altri cose che non hanno mai detto, secondo un uso che oggi va di moda. Lascio la parola a Renato

Michele Girardi

A pagina 139 del secondo volume di Mozart La caduta degli dei viene citata, a proposito della coprolalia di Mozart e del suo penchant per rumori ed esalazioni intestinali, la lettera che Stefan Zweig inviò nel 1931 a Freud, in cui lo scrittore accludeva una lettera di Mozart alla cugina e, parlando delle nove lettere che aveva raccolte in un libriccino in edizione fuori commercio, scriveva che esse

gettano una luce psicologicamente assai singolare sul suo erotismo, che presenta infantilismo e accesa coprolalia in forma più marcata di qualsiasi altra grande personalità. Sarebbe un lavoro interessante per uno dei Suoi allievi, giacché tutte le lettere ruotano, senza eccezione, intorno allo stesso tema.

La lettera viene così riassunta da Bianchini e Trombetta: Stefan Zweig (qui – come nell’indice dei nomi a fine volume – creativamente battezzato “Stephan”)

inviò il 16 marzo 1931 [in realtà 16 giugno] una lettera al fondatore della psicanalisi Sigmund Freud, per chiedergli se non fosse il caso d’affidare a un suo allievo l’analisi psichiatrica delle lettere alla cugina le quali denunciavano un’immaturità di fondo.

Segue una notizia sensazionale:

L’esito della perizia si rivelò frustrante, soprattutto per chi vedeva in Mozart un semidio. La diagnosi parlò di infantilismo recidivo, dovuto alla disfunzione evolutiva, insomma un’immaturità psichica di base.

Questa affermazione è seguita dal riferimento in nota alla pagina 70 della “postfazione” di Juliane Vogel alla raccolta delle Lettere alla cugina curata da C. Groff. In un post sulla pagina facebook di Bianchini l’affermazione ricomparirà sotto un ritratto fotografico di Freud.

L’incauto lettore della Caduta degli dei è indotto a credere che Mozart sia stato analizzato da un allievo di Freud, che la diagnosi sia stata resa pubblica (per la disperazione dei mozartiani dell’epoca) e – last but not least – che queste informazioni si trovino nello scritto della Vogel. Il lettore se ne convince: ha davanti agli occhi la diagnosi di un caso clinico, una sorta di “piccolo Wolfie” fratello del “piccolo Hans”. Ma non è finita: Bianchini e Trombetta scrivono che l’esito della perizia si rivelò frustrante. Un cataclisma, davvero “la caduta degli dei”: il lettore si immagina schiere di fanatici mozartiani che nel 1931, dopo aver ‘letto la perizia’ dell’allievo di Freud, vedono allibiti cadere il loro semidio! Ma quando poterono leggere quella perizia? E ci fu davvero una diagnosi? Sarebbe bastata una noticina in più per indirizzarci agli archivi di quella rivista di psicanalisi dell’epoca dove comparve l’analisi psichiatrica delle lettere di Mozart: Bianchini e Trombetta devono pur aver letto quello studio, se parlano con così tanta sicurezza di perizia, diagnosi, infantilismo recidivo, disfunzione evolutiva, immaturità psichica di base! E da dove salta fuori lo smarrimento dei mozartiani davanti a quell’esito della perizia che si rivelò frustrante? Ne parlò la Wiener Zeitung oppure la Büffelische Monatsschrift?

Apriamo dunque la pagina 70 del volume curato da Groff. Lì troveremo tutto. Peccato che Juliane Vogel, a cui rinviano Bianchini e Trombetta, scriva che “un allievo che abbia letto le lettere di Mozart alla luce dei Tre saggi sulla teoria sessuale non ci è noto” e che, in via ipotetica, un allievo di Freud alle prese con le lettere alla cuginetta inizierebbe, “da psicoanalista”, “da ciò che prende concisamente il nome di ‘sconcezze’” e “accantonando l’accusa di immoralità morale, e dopo aver consultato l’immaginario catalogo delle disfunzioni evolutive” [l’espressione è ripresa da uno studio di Gert Mattenklott debitamente citato in nota] “descriverebbe le debolezze erotiche di Mozart come immaturità psichica”. Concludendo il suo exemplum fictum tutto al condizionale, Juliane Vogel scriveva che, agli occhi di quell’ipotetico allievo di Freud, “l’eros mozartiano non potrebbe esimersi dall’accusa di infantilismo recidivo”. Guarda guarda! giusto le espressioni riprese in La caduta degli dei…

Tagliando e cucendo, cari Bianchini e Trombetta, avete fatto passare sotto banco la vostra verità. Avete letto male, o si tratta di uno dei tanti orwelliani “due minuti di odio” che ribollono nella vostra prosa?

Postilla I

A pagina 136, contestando (a ragione) un’ipotesi interpretativa di Oskar Seidlin sulle lettere di Mozart, Bianchini e Trombetta citano in italiano una sua affermazione. La nota 427 rinvia a Oskar Seidlin, “Ein Brief nebst einer Briefinterpretation”, in LEDERER, SEYPPEL (1967, 139). Finalmente una citazione di prima mano! Se ne deduce quindi che i due coautori si attribuiscono il merito della traduzione dall’originale tedesco. Peccato che la traduzione da Seidlin sia presa pari pari dalla pagina 71 della postfazione di Juliane Vogel e che il riferimento alla fonte tedesca sia stato dichiarato da lei in nota. È un modo di procedere che non sarebbe accettato nemmeno in una tesina di liceo.

Postilla II

Subito dopo la bella figura su Freud, Bianchini e Trombetta scrivono (scordandosi di aver interrotto con la parentesi freudiana il discorso sulle tesi di Oskar Seidlin):

Queste oscenità non si conciliavano con la grazia di certi lavori cosiddetti mozartiani. Fu fatto un altro tentativo in tutt’altra direzione: se Mozart era volgare è perché tutti a quel tempo lo erano. Si passarono in rassegna gli scambi epistolari settecenteschi, però non si trovò nulla che andasse così tanto oltre i limiti del decoro.

A parte la maliziosità dei certi lavori cosiddetti mozartiani, si noti la genericità di espressioni come fu fatto, si passarono in rassegna, non si trovò: come un giocatore che nasconde (o trucca) le carte, gli autori non mostrano date, nomi, luoghi, titoli.

La nota 436 rinvia ancora a Juliane Vogel (e ciò non sorprende, visto che tutto il capitolo è di seconda mano), questa volta alla pagina 72.  A pagina 72 non c’è nulla che si possa lontanamente riferire alla colorita descrizione; forse gli autori volevano scrivere 73? E qui si palesa nuovamente l’ideale di storia creativa dei due autori: la Vogel aveva scritto una cosa assai diversa:

Tuttavia anche chi volesse collocare la corrispondenza di Mozart con sua cugina Maria Anna Thekla nel contesto della cultura epistolare rischierebbe di fallire il bersaglio. L’estrema libertà del soggetto e le particolarità stilistiche della sua mediazione linguistica conferiscono alle lettere di Mozart alla cugina un posto del tutto singolare nella storia del genere epistolare. Per il loro carattere, drastico e scabroso a un tempo, esse non corrispondono in alcun modo alle esigenze formali e contenutistiche sviluppatesi con l’accresciuta importanza della civiltà epistolare nel Settecento.

Anche chi volesse collocare … rischierebbe di fallire… – scrive la Vogel. Dove sta allora il nuovo e ancora fallito tentativo di salvare Mozart, dato per certo da Bianchini e Trombetta? Chi e quando passò in rassegna gli scambi epistolari settecenteschi non trovando nulla che potesse scagionare lo sporcaccione salisburghese? Il ragionamento per ipotesi di Juliane Vogel si è trasformato magicamente in un “fatto”.  Si scambiano i desideri per realtà.

Postilla III

Bianchini e Trombetta proclamano a p. 138 che “la censura delle fonti è” “un procedimento inaccettabile per l’approccio scientifico.” Sacrosanto. Leggiamo però, un paio di pagine più avanti, un’altra citazione (o quasi) da Juliane Vogel (in corsivo le frasi virgolettate dai due autori e attribuite alla Vogel):

le parodie richiedono arti linguistiche che non possono esaurirsi nella semplice evocazione delle funzioni digestive, che si riduce a un mero girare a vuoto di rime oscene,438 come si riscontra in Mozart.

La nota 438 rinvia a “Juliane Vogel, postfazione, in W. A. Mozart, Lettere alla cugina, SE, Milano 1991, p. 80”.  Leggiamola dunque:

Le parodie richiedono arti linguistiche che non possono esaurirsi nella semplice evocazione delle funzioni digestive e una comicità che non può esaurirsi in quella scatologica. Mozart critica i fossili linguistici dell’ancien régime non solo lasciando che essi si ridestino dopo la loro rovina nella regione poco dignitosa del ‘posticino’, ma anche abbandonando impietosamente i loro vuoti meccanismi allo scherno.

E qualche riga più avanti:

Il cerimonioso costume di chiusura non solo è citato dinanzi al ‘foro della corporeità’ (Schiller), ma è presentato anche come un comico girare a vuoto, messo in moto da rime arbitrarie.

Da dove salta fuori il girare a vuoto di rime oscene? Cari Bianchini e Trombetta, se è disdicevole censurare le fonti, quale giudizio potete dare sul suo opposto, ovvero l’aggiungere surrettiziamente alle fonti dichiarate le proprie convinzioni personali, mascherandole dietro una auctoritas fasulla?

Postilla IV

Poco dopo un sesquipedale Musikwissenshaft (p. 140), nel volume di Bianchini e Trombetta si cita (a p. 141) l’ode An Edone di Klopstock, che era stata ripresa parodisticamente da Mozart in una lettera alla cugina. I due coautori scrivono testualmente:

Qualcuno annotò che nelle lettere esisteva pure quell’oasi sentimentale, quella parentesi galante più consona al genio. In quel caso le parole si leggevano con diletto, e finalmente vi si scorgeva lo spirito creativo dell’artista autentico.

Qualcuno annotò? Ci piacerebbe sapere con certezza il suo nome, per poterlo sbeffeggiare. Perché non mettere una noticina col riferimento bibliografico?

Commentando la poesiola Bianchini e Trombetta scrivono poi (enfaticamente quanto genericamente) che davanti a quei versi

ci fu chi s’emozionò, altri ne ammirarono la sensibilità, qualcuno alla fine si accorse che Mozart aveva copiato […].

Evidentemente questi musicologi tedeschi non conoscevano l’Edone di Klopstock, né l’avevano mai ascoltata nella versione musicale di C. Ph. E Bach, di Zumsteeg, di Schubert. Tra le migliaia di note a piè di pagina disseminate nella Caduta degli dei sarebbe stato bello averne una che ci facesse conoscere – a loro imperitura vergogna – i nomi di quei cialtroni ignoranti (di sicuro però tra costoro non ci sono i redattori del Frankfurter Museum e di Europa, non Ludwig Nohl, non Otto Jahn che già nel 1857, nel 1860, nel 1863 e nel 1867 parlarono apertamente della parodia di Edone). Ci sarebbe davvero piaciuta anche una nota che ci desse il modo di onorare il nome del primo genio che “alla fine” (in che anno, please?) se ne accorse.

Nel volume di Bianchini e Trombetta non si fa cenno al contesto umoristico della lettera, né al ritratto a penna della cuginetta e alla sua ‘topografia erotica’, né all’eloquente beffardo titoletto “Una tenera ode!” anteposto da Mozart a quei versi. Il testo dell’ode viene amputato degli ironici commenti a margine “S[alva] V[erecundia]” e “P[leno] T[itulo]” e del buffo codicillo “Finis coronat opus. Barone Codadiporco”.

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Non si riporta nemmeno il burlesco poscritto di Mozart che accompagna la sua parodia di Klopstock: tutte cose spiegate da Juliane Vogel e qui nascoste sotto il tappeto.

Stando a quanto scrivono Bianchini e Trombetta, quindi, l’incauto lettore può solo dedurre che Mozart non aveva voluto esercitarsi in un gioco letterario ma aveva copiato in mala fede.

Denunciando il truffatore di Salisburgo, Bianchini e Trombetta indicano ancora come loro fonte l’innocente Juliane Vogel, la quale, poverina, aveva detto cose assai diverse: nel contesto di un ampio discorso sul gusto di Mozart per la parodia stilistica aveva scritto che con la poesiola del 10 maggio, come dimostrano diverse spie stilistiche e il buffo congedo,

non c’è assolutamente da aspettarsi che Mozart si sia convertito così rapidamente alla corrispondenza sentimentale […]. Se egli si diletta nel genere sentimentale, lo fa al massimo per trascinare nel ridicolo le sue pose verbali e per provocare una volta di più il tracollo di un codice sociale o poetico avvolto dall’hybris. In questo caso Mozart sceglie come vittima Friedrich Gottlieb Klopstock.

Gongolando e ammiccando, Bianchini e Trombetta (a p. 141) riscrivono ad usum bubali il giudizio:

La vittima delle copiature di Mozart stavolta fu un poeta e non un musicista.

Cogente conclusione davvero! Finis coronat opus, per dirla col Baron Codadiporco.

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