Ahimè ch’io cado, n. 178: “Concerti e sconcerti  ovvero Pubblico rendimento di grazie ai Signori Bianchini e Trombetta da parte di un musicologo vaccinato sulla via di Sondrio (seguirà abiura via posta celere)” di Renato Calza

Signori!

Avevo, lo confesso, grandi aspettative mentre aprivo il capitolo I concerti di Mozart alle pagine 413-418 della prima parte di Mozart. La caduta degli dei di Luca Bianchini e Anna Trombetta. Dopo la mia subitanea conversione anti-mozartiana ero avido di leggere una loro analisi dei concerti per pianoforte e orchestra K. 488 e K. 595. Pensavo: due musicologi che hanno dedicato centinaia e centinaia di pagine alla sistematica denigrazione di Mozart non possono esimersi dal leggere in profondità e stigmatizzare quelle autentiche aberrazioni musicali che sono i due concerti che ho nominato.

Quali sono stati invece il mio sconcerto e la mia sorpresa! Nemmeno un cenno, nemmeno una noticina, nemmeno una critica o uno schizzetto di fango. Per i signori Bianchini e Trombetta questi due concerti non esistono! E pensare che i miei maestri di antimozartismo avrebbero potuto dimostrare che nel (presunto!) manoscritto autografo del Concerto in La maggiore K. 488 Mozart si era confuso mentre stava copiando un concerto di Luchesi e quindi aveva dovuto riscrivere tutto:

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Tale semplice rilievo avrebbe potuto confermare quanto hanno brillantemente e magistralmente dimostrato, a pagina 368 del secondo volume di Mozart. La caduta degli dei, i signori Bianchini e Trombetta:

Può darsi che i debiti accumulati da Mozart fossero la conseguenza delle spese per l’acquisto di partiture inedite e senza nome d’autore da intestarsi.

Perché dunque i miei Maestri d’odio non hanno infierito su questo ennesimo possibile falso mozartiano?

Riavutomi dallo sconcerto e dallo sconforto, ho riflettuto a lungo su tale domanda e finalmente ho capito: 1) il concerto è autenticamente di Mozart perché è bruttissimo; 2) vista la consueta acutezza delle analisi formali dei maestri Bianchini e Trombetta disseminate nelle pagine de La caduta degli dei, si può solo dedurre che, posti di fronte alla povertà della sezione di sviluppo del primo movimento del Concerto K. 488, i due musicologi “scientifici” hanno scelto di rimanere in silenzio per umana pietà.

E dire che quel concerto rimbomba di echi luchesiani, e che sarebbe stato la prova regina o dei plagi commessi da Mozart o, nella più benevola ipotesi, della suprema incompetenza del compositore salisburghese!

Non avendolo fatto i miei Maestri, di cui mi professo devoto seguace, mi incarico io stesso di presentare, a rinnovata infamia di Mozart, la struttura dello sviluppo del primo movimento del Concerto K. 488 (la schematizzazione peraltro non rende conto della sua sconveniente banalità):

(a) (nuovo) tema orchestrale che si sutura all’esposizione risolvendo una cadenza (ma non si deve separare sempre, e molto nettamente, lo sviluppo dall’esposizione? Mozart non conosceva la forma sonata!);

(b) Solo del pianoforte (una variazione arzigogolata, in uno stitico contrappunto a due voci);

(c) ripetitiva e prevedibile sequenza di terze discendenti. Si noti che Mozart non riesce a mantenere costante il ritmo armonico, il quale a un certo punto raddoppia: dato che – come dimostrano Bianchini e Trombetta – da bambino non aveva frequentato nessuna scuola, Mozart evidentemente non sapeva nemmeno contare le battute. Il tutto a partire da un goffo mutamento di modo da maggiore a minore!

     (MI MAGGIORE) ⇒ mi minore

⇒ DO Maggiore

                                        ⇒ la minore

                                    ⇒ FA Maggiore

                                            ⇒ re minore;

(d) Sequenza di quinte discendenti verso il V/T (tipico stilema luchesiano);

(e) Pedale pre-cadenzale sul V grado, prolungato in modo scriteriato (a questo punto, chiaramente, Mozart non sa cosa fare e si ferma ad aspettare che succeda qualcosa);

(f) Scontata ripresa alla tonica La maggiore, senza un briciolo di originalità.

Ecco dunque per esteso l’aborto musicale dell’imbrattacarte di Salisburgo:

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Solo chi non si è per tempo vaccinato contro le menzogne che «gli Accademici delle bufale hanno raccontato su Mozart per circa duecento anni» potrebbe apprezzare simili banalità compositive. Plaudo quindi alla campagna vaccinatoria di Luca Bianchini e mi impegno a promuoverla presso gli impenitenti.

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Ritorniamo alla musica di Mozart, occupandoci ora dell’Adagio del K. 488.

Quali e quante carrettate di fango avrebbero potuto riversare su questo esordio i due illustri musicologi sondriesi! E senza nemmeno scomodarsi a controllare le filigrane!

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Appare sospetta l’indicazione cembalo. Se la modestia del pezzo non facesse attribuire di sicuro a Mozart questo Adagio, si potrebbe ipotizzare che costui l’abbia copiato da un concerto di autore italiano degli anni Sessanta del XVIII secolo: a fine Settecento si scriveva per il pianoforte, che diamine!

Anche il passo di siciliana è un altro indizio della possibile scopiazzatura di questo Adagio da una precedente composizione italiana per clavicembalo, ma lasciamo perdere: crediamo pure che l’Adagio sia di Mozart. Tanto peggio per lui!

Eppure… di fronte a tanto sfacelo musicale, nessun commento dei due autori di Mozart. La caduta degli dei. O nobiltà d’animo! O grandezza di spirito! O memorabile esempio d’umanità!

Avete taciuto, generosi Bianchini e Trombetta, davanti alla modal mixture del passo: un’assurda confusione tra minore e maggiore!

Avete risparmiato, magnanimi Bianchini e Trombetta, nella quinta battuta quell’incongruo VI3/6 che ferisce l’orecchio: qualsiasi musicista assennato avrebbe risolto in tonica il precedente V grado di Fa diesis minore!

Vi siete poi impietositi, nella sesta battuta, davanti all’assurdo movimento del III grado (una triade di La maggiore che, come prima quella di Re maggiore, ci sta come i cavoli a merenda) che ripiomba pesantemente (ancora!) sulla tonica minore sotto un’inutile appoggiatura del Si diesis alla voce superiore: Mozart qui ha chiaramente fallito il suo tentativo di tonicalizzare il III grado, ma non avete voluto dedurre da ciò che non sapeva mai dove diamine condurre la sua musica!

Non avete sbeffeggiato, nella settima battuta, quella svenevole fioritura melodica sopra un movimento armonico che non si capisce se stia andando verso una tonica maggiore o minore!

Allo stesso modo, nell’ottava battuta, vi siete trattenuti dal censurare l’incerto zoppicare di quel Fa diesis così faticosamente raggiunto (ancora Fa diesis! indovinala grullo, poi, se è maggiore o minore!) che nuovamente incespica nel solito VI grado, ingannato dal grottesco movimento cromatico della melodia: è una musica che gira senza costrutto, che non ha né capo né coda, ancora una volta gli stentati conati di musica di un dilettante!

E, se non foste stati così benevoli, che cosa avreste potuto dire della nona battuta, illustri miei Maestri, di quella sesta napoletana sul secondo grado abbassato, orgoglio italiano ma che qui suona come un dito nell’occhio? Chi se non Mozart, notoriamente privo di orecchio, sarebbe riuscito a inventare un così maldestro collegamento II♭6 – V4/6__3/5 – i?

Filantropici maestri Bianchini e Trombetta, avete anche generosamente risparmiato la trita e ritrita relazione armonica nelle battute iniziali dell’Adagio:

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Ammettiamolo una buona volta! La relazione armonica «i-ii2-4-ø-V5-6-i» è scopiazzata in modo inverecondo dalla Chaconne di Bach dalla Partita per violino solo BWV 1004, nonché da mille altri esempi del Ciccione di Lipsia, come l’aria Aus Liebe dell’insopportabile Passione secondo Matteo, e come (dicono che sia di suo figlio, ma solo il vecchio poteva abbassarsi fino a tanto) il Siciliano dalla Sonata per flauto e cembalo BWV 1031, per non parlare della Sinfonia degli addii in fa diesis minore di Andrea Luchesi, falsamente catalogata come Hob. I:45:

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Non è finita: Mozart si è anche autocopiato riutilizzando servilmente lo stesso schema armonico dell’esordio della Sinfonia in sol minore K. 183 in quella (sempre in sol minore! Prova regina!) nella Sinfonia K. 550 (sempre che non si dimostri che sono entrambe di Andrea Luchesi):

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Nella loro infinita bontà i signori Luca Bianchini e Anna Trombetta non sono nemmeno intervenuti per smascherare il modo spudorato con cui Mozart, solo due mesi dopo il K. 488, avrebbe plagiato la cavatina di Barbarina (che all’inizio ha lo stesso schema armonico) togliendola da Der lustige Tag, oder Figaro’s Hochzeit, quel meraviglioso Singspiel del 1785 che, come tutti sanno, l’infame ladrone salisburghese si è limitato a trascrivere riversandolo nelle Nozze di Figaro, quando copiava la musica di quel Singspiel a mano a mano che Lorenzo Da Ponte gliene traduceva dal tedesco il libretto.

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Cari Bianchini e Trombetta, animato dal mio entusiasmo di neofita vi esorto a rivelare al mondo che il falsario di Salisburgo ha trasmesso il segreto di come camuffare i propri plagi allo Schubert della Fantasia in fa minore D. 940 per pianoforte a quattro mani. Rinvio ancora al vostro fondamentale testo:

Nel 1778, Mozart descrisse in dettaglio il sistema che impiegava per mascherare la musica di un altro autore, sino a renderla irriconoscibile. In questo consistevano i suoi esercizi di “composizione”, che, supplendo alla mancanza di studio, gli servivano per la pratica. Quel modo di scrivere, che non è manifestazione di genio, consisteva nel variare schemi dati, e poteva essere utile per esercitarsi a improvvisare. (Mozart. La caduta degli dei, parte prima, p. 381).

Mozart dunque ha copiato la cavatina di Barbarina dal Singspiel del 1785, Schubert copia da entrambi (ed è così sfrontato che non cambia nemmeno la tonalità di fa minore): è proprio vero che gli austriaci perdono il pelo ma non il vizio, ma si fanno scoprire, oh se si fanno scoprire!, con le mani nella marmellata…

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Illustri maestri Bianchini e Trombetta, se vi resta un po’ di tempo libero, quando avrete finito i vostri nuovi volumi in preparazione, orsù, dedicate a Mozart un nuovo saggio della vostra perizia nell’analisi formale. Lo distruggerete definitivamente e i musicologi pentiti vi ringrazieranno.

Chiudendo questo mio rendimento di grazie, ho solo un appunto da rivolgere ai maestri Bianchini e Trombetta. Il loro indefesso lavoro di demolizione di Mozart mi ha conquistato, ma appunto per questo non comprendo perché ora scrivano che il loro Mozart. La caduta degli dei porta ad amare Mozart, quello scellerato copiatore di musiche altrui, quel falsario impudente, quell’emerito cialtrone, quello zotico ignorante delle più elementari regole del contrappunto.

Leggo infatti, nella pagina Facebook dello stesso maestro Bianchini:

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Ma come, maestri Bianchini e Trombetta? per anni avete ricoperto di fango Mozart e ora, grazie a quegli stessi vostri libri, io dovrei amarlo?

No, cari Maestri, io non voglio amare Mozart e le sue opere. Io voglio continuare a odiarlo come voi mi avete insegnato. Non toglietemi, vi supplico, questo inebriante piacere!

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