Miscellanea: “Requiem per Mozart” di Eva Rizzuti (*) e Carlo Vitali (**), in «Kos – Rivista di medicina, cultura e scienze umane» (dicembre 2006), pp. 60-64

Per gentile concessione dell’editore San Raffaele, pubblichiamo il seguente contributo di Eva Rizzuti e Carlo Vitali. L’articolo è stato pubblicato sul numero di dicembre 2006 della rivista «Kos – Rivista di medicina, cultura e scienze umane», pp. 60-64.

Molta letteratura, anche medica, è stata prodotta per spiegare le cause della morte di Mozart: ne sono nate congetture talvolta bizzarre, analoghe ad altre leggende che circondano la biografia del grande musicista. Qui ne ripercorriamo gli ultimi anni, con una semplice diagnosi della sua malattia terminale; prendendo atto che anche gli uomini più geniali della terra sono passibili di malanni alquanto ordinari.

Caroline Pichler, una prolifica scrittrice viennese oggi ricordata soltanto come tenutaria di un influente salotto letterario nella Alserstrasse che anche Beethoven bazzicò in giovinezza, annotava nelle sue tarde memorie (1843): “Mozart e Haydn, da me ben conosciuti, erano uomini la cui frequentazione personale non mostrava affatto segno di straordinarie doti intellettuali e quasi nessuna traccia di cultura spirituale, ovvero di interessi eruditi o in qualche modo superiori. Una mentalità abbastanza ordinaria, scherzi sciocchi – e, nel caso del primo, un modo di vivere irresponsabile – erano tutto ciò che li distingueva in società; eppure quali profondità, che mondo di fantasia, armonia, melodia e sentimento si nascondeva dietro questa apparenza così poco promettente!” Chiaro che non sempre il genio autentico, a differenza delle sue imitazioni da salotto, troneggia a tempo pieno fra nembi tempestosi; e in fondo tanto peggio per Frau Pichler, la quale non arrivò mai ad intravedere dietro la maschera dei rapporti mondani né la profonda religiosità illuministica né il saggio equilibrio etico di Haydn, e nemmeno le spiccate doti linguistico-matematiche di Mozart. Possiamo comunque star sicuri che il suo superficiale punto di vista era ampiamente condiviso fra i concreti e scettici Viennesi di fine Settecento, i quali al massimo reagivano con un’alzata di spalle alle piccole eccentricità del giovane Kapellmeister e della sua graziosa sposina dai grandi occhi neri: una qualunque famiglia borghese, sebbene in frequenti rapporti di lavoro con l’aristocrazia e con la Corte imperiale; amanti della vita spensierata, delle allegre compagnie e dei divertimenti (ma questo a Vienna non fu mai considerato una stranezza). A loro modo una famigliola felice, salvo i problemi comuni a molti: qualche debituccio, parecchi traslochi, e di quando in quando la morte precoce di un figlioletto. La leggerezza ostentata dello scherzo, una mentalità imprevidente e incurante del futuro, potevano anche rappresentare in qualche modo un’autodifesa. Durante i dieci anni del loro matrimonio Wolfgang e Constanze Mozart misero al mondo sei figli, due soltanto dei quali sopravvissero oltre qualche mese per poi raggiungere l’età adulta. Una simile percentuale era del tutto comune all’epoca, persino nelle famiglie regnanti. Se i genitori avessero reagito alla morte di un bambino con la stessa intensità emotiva dei nostri giorni, sarebbero stati immersi in un clima di lutto pressoché perpetuo.

Conti in tasca e protettori

Insomma neppure nella Vienna di fine Settecento, una metropoli di circa 210.000 abitanti, capitale di un potente impero multinazionale sempre coinvolto in guerre interminabili, la vita quotidiana è una festa da ballo. Vero è che vi si muore di fame, di freddo e di vaiolo assai meno che a Napoli o a Madrid, e che i rapporti sociali sono meno duri che non nella Londra della prima industrializzazione liberista: qui la caritàecclesiastica e la paternalistica anche se farraginosa burocrazia asburgica si preoccupano di costruire ospedali e scuole, distribuire zuppe agli indigenti, soccorrere le vedove e gli orfani. Tuttavia per un libero artista quale Mozart ha scelto di essere, sottraendosi alla doppia tutela paterna e principesco-arcivescovile che ne regolava autoritariamente la vita e le aspirazioni in cambio di una sicura fonte di sussistenza, il futuro resta sempre incerto, gravato com’è dalle molteplici ipoteche del mercato, del gusto del pubblico e della sua capacità di spesa (funzione a sua volta della congiuntura economica generale). Bisogna lavorare molto, dare lezioni, difendere la propria immagine professionale contro una concorrenza agguerrita ricorrendo a mezzi pubblicitari e mobilitando ogni sorta di relazioni personali. In questo quadro si spiega, almeno in qualche misura, l’attiva frequentazione da parte di Mozart delle logge massoniche, non meno che dei salotti delle contesse e degli uffici di editori musicali e impresari teatrali. Una romantica leggenda va però sfatata con decisione: Mozart non era povero e non morì in miseria, almeno nel senso in cui questi termini si devono intendere in riferimento al contesto storico in cui visse.

Secondo recenti studi (Robbins Landon 1988, Solomon 1995) il suo reddito era anzi insolitamente alto per un musicista austriaco e soltanto di poco inferiore a quello di Haydn, così da collocarlo negli anni intorno al 1787 entro lo strato sociale superiore della popolazione borghese di Vienna, stimato attorno al 10 per cento del totale. La sua ultima abitazione in zona Neuer Markt, il cosiddetto “kleines Kaiserhaus” all’attuale numero 8 di Rauhensteingasse, era di tipologia signorile. I Mozart vi si trasferirono il 30 settembre 1790, anzi in un primo tempo vi abitarono soltanto Constanze e il figlioletto Carl, visto che papà era andato in tournée a Francoforte nella speranza, poi rivelatasi vana, di incrementare le proprie fortune a corte in occasione dell’incoronazione imperiale di Leopoldo II. Il 26 luglio del 1791 la famigliola sarebbe stata allietata dalla nascita di un altro maschietto, battezzato anche lui Wolfgang Amadeus ed in seguito destinato ad una modesta carriera di musicista col meno impegnativo nome d’arte di Franz Xaver. In Rauhensteingasse i Mozart occupavano al primo piano un quadricamere più cucina e vestibolo, in tutto circa 145 metri quadrati per i quali pagavano il ragguardevole affitto di 450 fiorini l’anno e per la cui gestione potevano contare sull’aiuto di due domestici. Al momento della morte il guardaroba di Wolfgang era ben fornito di capi all’ultima moda, in casa c’era denaro contante per le spese; lasciava sì debiti e fatture da pagare, nonché argenterie depositate quasi tutte al Monte di Pietà, ma poteva vantare anche 800 fiorini di crediti e 133 di arretrati del suo stipendio come Kammermusikus di Corte. Insomma una situazione seria ma non disperata, che nel corso del 1791 era andata migliorando per una serie di prospettive favorevoli: anzitutto il crescente successo di pubblico del Flauto Magico al Theater an der Wien, dai cui incassi il compositore riscuoteva una percentuale; poi le generose offerte avanzate da un comitato di nobili ungheresi per una pensione di 1.000 fiorini annui, e da alcuni uomini d’affari olandesi per una somma non precisata ma ancora più cospicua; poi la mirabolante proposta dell’ambasciatore russo Razumovskij di spedirlo a Pietroburgo per una tournée pagata, come al solito, a peso d’oro; infine la nomina da parte del Magistrat, la municipalità viennese, a coadiutore con diritto di successione nel posto di Kapellmeister del duomo di Santo Stefano, un ufficio il cui salario ammontava a 2.000 fiorini l’anno. Il titolare Leopold Hofmann (53 anni) era da tempo malfermo in salute e si pensava che non sarebbe campato per molto, come infatti avvenne. Era solo questione di tempo ed il bilancio di Wolfgang avrebbe potuto superare la momentanea crisi di liquidità che l’aveva colpito col declinare della sua popolarità di pianista virtuoso, con una causa civile perduta contro il principe Carl Lichnowsky e con i costosi soggiorni termali resi necessari dalla salute di Constanze. Non vi sono prove, asseriscono vari biografi, di rovinose abitudini contratte da uno o da entrambi i coniugi Mozart, come ad esempio l’alcoolismo o il gioco d’azzardo. Al massimo giocavano di gusto al biliardo, anzi ne tenevano uno in casa, e Wolfgang lo usava persino come tavolino sul quale comporre musica fra un colpo di stecca e l’altro; uno dei pochi particolari storicamente accurati nella furbastra pellicola di Milos Forman. Nessuna conferma attendibile hanno trovato le ipotesi più o meno ingegnose circa complotti, avvelenamenti o ferimenti da parte di finti amici (Salieri, Hofdemel, Süssmayr, van Swieten, i Massoni) della polizia segreta, di rivali in amore, di creditori insoddisfatti. Certo il piccolo provinciale venuto da Salisburgo non stava simpatico a tutti, ma poteva comunque contare su potenti protezioni a Corte e nella buona società. A decidere del suo personale fato, e forse degli sviluppi futuri nella storia della musica, fu -a quanto sembra di poter concludere – una comune epidemia virale.

Requiem æternam

L’ultima malattia di Mozart esordì la sera del 20 novembre 1791 con febbre, cefalea ed un rigonfiamento degli arti che nei giorni successivi raggiunse un tale grado di edema tissulare da impedirgli di rivoltarsi liberamente nel letto. Alla seconda settimana di malattia il paziente lamentava secchezza delle fauci (diceva di sentirsi in bocca “il sapore della morte”); si manifestarono frequenti accessi di vomito e scariche di diarrea, un ampio esantema cutaneo apparve sul torace. Mozart soffre di una marcata astenia nervosa, al punto che si rende necessario allontanare dalla sua stanza la gabbietta dell’amato canarino. È dominato dall’idea assillante terminare il Requiem. Il pomeriggio del quattordicesimo giorno di malattia, 4 dicembre, dopo una prova vocale del lavoro ancora incompiuto cui collabora personalmente cantando la parte di alto, le sue condizioni subiscono un grave deterioramento e comincia a mostrare segni di delirio. Non perde tuttavia conoscenza fino a due ore prima del trapasso, che ha luogo alle 0.55 del 5 dicembre. Questi ed altri dettagli ci sono stati tramandati dai racconti della moglie e della cognata Sophie Haibel, testimoni oculari, nonché dei suoi sanitari. Il paziente usufruì infatti della migliore assistenza medica possibile, fornita da due luminari della Vienna del tempo: il dottor Thomas Closset, medico personale del Cancelliere dell’Impero, principe Kaunitz, e il dottor Matthias von Sallaba, giovane ma già affermato professionista. Le loro conoscenze di semiologia clinica, documentate in varie pubblicazioni ancor oggi leggibili con profitto, erano assai più progredite dei mezzi terapeutici a loro disposizione, che consistevano in elementari rimedi antipiretici ed anticongestivi: applicazioni refrigeranti e salassi. Sembra altamente improbabile che non sapessero riconoscere un semplice quadro naturale di uremia o che falsassero la propria diagnosi in obbedienza ad ordini superiori. Di complotti omicidiari e di veleno somministrato ad arte si parla ormai solo nei romanzi, ma nemmeno è assodato che Mozart fosse portatore di malattie croniche come la tonsillite streptococcica, l’uremia o la nefrite, di cui s’ipotizza la radice in affezioni anteriori addirittura di decenni.

Centoventi ipotesi scartate

I medici curanti concordarono invece su una diagnosi di “rheumatisches Entzündüngsfieber” (ossia febbre reumatica infiammatoria) che, al di là delle inevitabili incertezze terminologiche causate dal passare del tempo e dai mutati indirizzi della scienza medica, sembra assomigliare a quella emessa ai nostri giorni da un’eminente studiosa americana: la professoressa Faith T. Fitzgerald, vicepreside della Davis School of Medicine presso l’Università di California. In una relazione letta l’11 febbraio 2000 al Sesto congresso annuale di Patologia Clinica tenutosi a Boston, la Fitzgerald ha scartato come insostenibili le circa 120 cause di morte ipotizzate da una letteratura fattasi ormai fluviale nel corso di un secolo e mezzo: avvelenamento doloso, sifilide, intossicazione iatrogena da mercurio, febbre tifoide, nefrite cronica con uremia o nefrosclerosi maligna, purpura di Schönlein-Henoch, ecc. Basandosi sulla sintomatologia descritta dagli osservatori e sui dati epidemiologici coevi, ella conclude che Mozart cadde vittima di una forma di febbre reumatica assai diffusa nell’Europa del Settecento: una malattia del sistema immunitario che può svilupparsi in seguito ad infezione streptococcica e che oggi, grazie alla terapia antibiotica ed alla sostituzione chirurgica delle valvole cardiache, ha di rado esito letale, almeno nei paesi più progrediti. Nemmeno questo autorevole intervento ha ovviamente messo fine all’accanimento diagnostico, spesso basato su congetture a dir poco labili. In una lettera del 7 ottobre 1791 Mozart annuncia alla moglie di aver mangiato con gran gusto un piatto di Carbonadeln, probabilmente costolette di maiale alla griglia. La diagnosi è presto fatta: trichinosi da carne suina guasta e mal cotta; 44 giorni d’incubazione, sintomatologia compatibile col racconto dei testimoni, decesso alla terza settimana di malattia “per polmonite, oppure per complicazioni neurologiche o cardiache”. Si noti l’ampio spettro fenomenico e l’eleganza di un’ipotesi di partenza non falsificabile: la carne poteva essere guasta… In questo modo Jan V. Hirschmann, un medico militare di Seattle, ha iscritto il proprio nome nel pantheon dei patologi (Hirschmann 2001). Con l’avvicinarsi del centenario mozartiano i tentativi si sono moltiplicati con nobile entusiasmo. Nel 2004 il professor Ludwig Köppen, matematico di Colonia, ha rispolverato come cosa nuova, aggiungendovi parecchio di suo, un’ipotesi del grande Rudolph Virchow: blocco renale conseguente ad un’autointossicazione da overdose di sublimato di mercurio, assunto per combattere una presunta affezione sifilitica contratta “alla fine di giugno del 1791”. Il tutto, a suo dire, con la complicità del moralissimo barone van Swieten e in un’orgia di speculazioni che si limitano a ricombinare i vecchi pettegolezzi senza troppe preoccupazioni di verosimiglianza storica, psicologica o semplicemente logica. Singolare circostanza: al pari di altri dietrologi più o meno accreditati, Köppen fa gran conto di una tarda memoria (ca. 1825) di Carl Thomas Mozart, primogenito del Maestro ed appena settenne all’epoca dei fatti (ampi estratti se ne possono leggere in Paumgartner 1967). Peccato che nessuno fra i teorici del complotto voglia considerare la contestuale messa in guardia di Mozart junior, autore di un intervento quanto mai sobrio e problematico in margine alle discussioni sulle responsabilità di Salieri, contro “la tendenza degli uomini a prestar fede alle insinuazioni malvage, strane e misteriose”. Tutti costoro si affrettano invece a liquidare con sorrisetti sprezzanti la diagnosi riportata in due atti pubblici come il Libro dei Morti della parrocchia di Santo Stefano e il cosiddetto Totenschauprotokoll: “hitziges Frieselfieber“, ossia febbre miliare acuta, all’epoca per nulla incompatibile, come afferma Franken 1989, con quella sopra citata di febbre reumatica infiammatoria. Dunque forse troppo frettolosa quella liquidazione, crediamo di poter osservare. I grandi complessi sindromici non mutano nel tempo se non in relazione a fattori di ordine storico che ne condizionano la frequenza, la comparsa o l’eclissi, la forma della presentazione clinica o la prognosi; ovvero in relazione a nuove concezioni scientifiche che ne modificano i costrutti nosologici e la rispettiva terminologia. Al quadro sintomatico della malattia terminale di Mozart (febbre, cefalea, poliartrite, esantema, edema generalizzato, vomito, diarrea, irritabilità nervosa) possono ben attagliarsi le etichette di febbre miliare acuta oppure d’infezione acuta setticemica (Barthelme 1983). In particolare, la setticemia streptococcica si manifesta con un quadro del tutto sovrapponibile, ivi incluso il grande edema generalizzato derivante da una localizzazione renale caratteristica degli emboli microbici (nefrite embolica parcellare o ascessuale miliarica): tale forma di edema appare in special modo marcata proprio nelle regioni somatiche superiori a causa dei versamenti nelle cavità corporee. La febbre miliare (anche: suette anglaise o sudor anglicus), di cui sono note numerose epidemie che colpirono diversi paesi europei dal Cinquecento inavanti, infuriava a Vienna all’epoca della morte di Mozart, tanto da esser menzionata quasi ogni giorno come causa di morte sulle gazzette cittadine. Essa può ancor oggi reperirsi in qualche trattato medico un po’ datato, venendo descritta come un quadro febbrile acuto in cui non è stato rinvenuto alcun agente infettivo; caratterizzata da esantemi, edemi, artralgie, vomito, irritabilità; diffusa in tutta Europa nei secoli passati, oggi assai rara o estinta (Roversi 1967). La febbre miliare è davvero scomparsa o ha mutato aspetto e denominazione? Un articolo comparso un quarto di secolo fa (Wylie e Collier 1981) ha dato il via ad un fiorire di letteratura sul sudor anglicus in ambito sia storico sia biologico, che tende a rivalutare la febbre miliare restituendole dignità nosografica e offrendone interpretazioni patogenetiche aggiornate. Benché la natura della febbre miliare non sia stata definitivamente stabilita, il collegamento a forme virali (hantavirus) nei giovani adulti fra i 15 ed i 45 anni, con andamento rapido e fatale, pare assai suggestivo e sostenuto da numerosi contributi. S’ipotizza un passaggio dalla forma epidemica alla forma endemica (Wylie, Linn e Helps 1984); vengono inoltre offerte ipotesi circa la dinamica del suo decorso fulminante (Strauss 1973). La febbre miliare non può dunque considerarsi né una leggerezza diagnostica degli eminenti clinici chiamati a consulto, né tanto meno un’entità patologica inesistente nell’attuale nosografia, ovvero da ribattezzare in altra rubrica.

Morte ordinaria di un genio

Come scrive Hildesheimer 1977: “Questa diagnosi che suona assurda ci pare molto più vicina alla verità – ad una metaforica, spietata verità – che non tutte le altre ipotesi di possibili malattie attribuite a Mozart”. Perché allora tante, interminabili e sempre più cervellotiche speculazioni? L’irrappresentabilità della morte, il suo inaccettabile limite, l’istinto di non tenerla per necessaria e possibile pongono all’idealità l’imperativo di un superamento o grazie al pensiero dell’immortalità sempre riformulato, o mediante una parola risolutrice con cui il vivente possa difendersi creando una propria, soggettiva, singolare rappresentazione. Se così non fosse, allora la materialità trionferebbe nella morte: se un uomo muore così, senza aver compiuto il suo personale destino, alla stregua di un animale, allora non perviene ad abolire l’intollerabile trionfo della materialità. Ciò è ancor meno pensabile per un genio della levatura di Mozart. Come afferma a tale proposito la citata professoressa Fitzgerald: “Conoscendo le segrete cose dei grandi uomini, in qualche modo partecipiamo della loro grandezza […] D’altro canto è noto come difficilmente sia accetta l’idea che uomini straordinari possano morire d’infermità ordinarie. In qualche forma ciò sovvertirebbe l’ordine cosmico”. Forse a questo si riferiva Hildesheimer con quella sua locuzione un po’ criptica circa una “metaforica, spietata verità”.


 

(*) Medico psichiatra, AUSL Modena; socio del World Phenomenology Institute

(**) Musicologo, critico musicale

Bibliografia

Barthelme E. 1983

“À propos de la mort de Mozart”, in Histoire des sciences médicales, XVII, pp. 23-28.

Franken F.H. 1989

Die Krankheiten grosser Komponisten, Wilhelmshaven, F. Noetzel (vol. II, pp. 13-68).

Hildesheimer W. 1977

Mozart, Frankfurt am Main, Suhrkamp (trad. it.: Milano, Rizzoli, 2006).

Hirschmann J. V. 2001

“What killed Mozart? ” in Archives of Internal Medicine, 161 (11), pp. 1381-89.

Paumgartner B. 1967

Mozart, Zürich und Freiburg, Atlantis Verlag (trad. it.: Torino, Einaudi 1994).

Robbins Landon H. C. 1988

1791 – Mozart’s Last Year, London, Thames & Hudson (trad. it.: 1791 – L’ultimo anno di Mozart, Milano, Garzanti, 1989).

Roversi A. S. 1967

Manuale medico di diagnostica e terapia, Milano, Farmitalia (4.a ed.).

Solomon M. 1995

Mozart, New York, Harper Collins (trad. it: Milano, Mondadori, 1999).

Strauss M. B. 1973

“A hypothesis as to the mechanism of fulminant course and death in the sweating sickness”, in Journal of the History of Medicine and Allied Sciences, 28 (1), pp. 48-51.

Wylie J.  A., Collier L.H. 1981

“The English Sweating sickness (sudor Anglicus): a reappraisal”, in Journal of the History of Medicine…, cit., 36 (4), pp. 425-45.

Wylie J. A., Linn I. J., Helps R. 1984

“The changing face of the English sweating sickness in the epidemic of August, 1551, in Devonshire: a shift towards endemicity?”, in Transactions of the Devonshire Association for the Advancement of Science, 116, pp. 97-107.

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