Andrea Luca Luchesi: “Taboga leaks o non è mai troppo tardi (Parte prima)” di Carlo Vitali

PARTE SECONDA

Caro Neutral Reader,

sul famigerato forum “Il caso Luchesi”(*), nostro fratello maggiore, seguo da tempo l’audace rampicamento sugli specchi del papirologo AgoTaboga onde asseverare le proprie unsupported speculations sull’esistenza di una copisteria clandestina gestita a Venezia dall’ambasciatore imperiale Giacomo Durazzo. Compito primario della quale, a suo dire, sarebbe stato lo sbianchettamento dei capolavori composti a Venezia fino al 1771 dal suo uomo di paglia Andreino Luchesi onde attribuirli a incapaci di pura razza ariana quali Joseph Haydn e molti altri. Bufale prematurate per diritto ereditario dal compianto GioTaboga di lui genitore. E qui ci sarebbe molto da aggiungere, ma transeat. In ultimo Taboga jr. è scivolato su una grossa, per dirla more veneto, “boazza” (cfr. Giuseppe Boerio, Dizionario del dialetto veneziano, 1856, ad vocem).

AgoTaboga (3 marzo 2019):

La questione è quindi a mio modo di vedere se dalla fine del 1764 al 1770 Pischelberger sia stato presente a Vienna in modo documentabile cosa che ovviamente smonterebbe tutto il mio castello come lei immagina bene.

Per Pischelberger (o Pichelberger, variante attestata) s’intenda Friedrich, virtuoso contrabbassista e futuro dedicatario di KV 612, oltreché copista di musica che AgoTaboga pone nel bel numero dello scriptorium veneziano di S.E. Durazzo fra il 1764 e il 1770. Purtroppo per lui, come tu gli hai bene obiettato, a quell’epoca Pischelberger soggiornò per un lustro non a Vienna né a Venezia, bensì a Grosswardein in Ungheria (oggi Oradea in Romania) al servizio del vescovo Adam von Patačić, la cui cappella musicale era diretta dal famoso Karl Ditters, non ancora nobilitato col predicato “von Dittersdorf”. Duro colpo al castelluccio di carte filigranate col quale AgoTaboga si proporrebbe di puntellare la crollante baracca ereditaria. E allora che t’inventa il nostro papirologo? La fonte che attesta la circostanza sarebbe, come d’uso quando i fatti si pongono di traverso alle speculazioni dei revisionisti, indegna di fede.

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Editio princeps dell’autobiografia di Karl Ditters von Dittersdorf (Lipsia, Breitkopf & Härtel, 1801).

AgoTaboga (15 marzo, ortografia e sintassi originali):

anche prestando fede a una biografia (uscita nel 1801 il cui tenore scientifico mi pare veramente limitato (FONTE PRIMARIA, fonte secondaria… me lo ha insegnato lei. a meno di non verificare le formazioni con altri documenti), chi le dice che Pichelberger sia rimasto fino allo scioglimento della cappella nel 1769???

“Chi le dice?” è il classico argumentum ad ignorantiam, assai pregiato dagli spacciatori di bufale e demagoghi da talk-show. Dirò io di più: l'(auto)biografia apparve postuma col sottotitolo “Seinem Sohne in die Feder diktirt“, cioè dettata alla penna del figlio maggiore perché il vecchio signore, morto il 24 ottobre 1799, era troppo malandato per scriverla di persona. Però godeva di una memoria di acciaio, come ho constatato personalmente confrontando coi documenti primarii e secondarii del caso le sue rimembranze di un soggiorno a Bologna in compagnia di Gluck (aprile-maggio 1763). Il mio saggetto è alle stampe; se lo cerchi se ne ha voglia. Altrettanto ricca di dettagli saporiti e verificabili è la narrazione di quanto gli accadde subito dopo il ritorno a Vienna. Vale a dire: il suo distacco dall’orchestra di corte di cui era stato primo violino alle dipendenze di Gluck e del citato conte Durazzo, il suo rifiuto di seguire quest’ultimo a Venezia con la sottaciuta motivazione che al personale d’ambasciata era interdetto aver contatti coi cittadini della Serenissima. Poi ancora l’analogo rifiuto di entrare al servizio del conte Sporck, nobiluomo boemo, e infine l’accettazione di una più lucrosa offerta avanzatagli dal barone-vescovo von Patačić. Il buon prelato gli dichiarò di voler investire nella propria “inclinazione” (Neigung) musicale una bella porzione della sua rendita annua: 16mila fiorini su 80mila. Nel 1762-63 aveva dovuto mettersi a stecchetto causa il lutto di corte per la morte della madre Barbara Prudenziana, il che aveva causato la partenza per Salisburgo del suo precedente Kapellmeister Michael Haydn.

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Adam Patačić barone von Zajezda, in Arcadia Sirasio Acrotoforico (1717-1784). Poeta,
lessicografo e mecenate delle arti, dal 1759 al 1776 vescovo di Großwardein.

Von Patačić non parlò a sordo. Con tanto brillanti premesse finanziarie Ditters avviò una campagna di reclutamento a Praga e poi di nuovo a Vienna. Fra i nomi da lui citati nel capitolo 15 dell’autobiografia, compaiono questi due: “In Wien engagierte ich als Violoncellisten den nachher so beliebt gewordenen Wenzel Himmelbauer und als Kontrabassisten den braven Pichelberger“. Lo ingaggiò dunque a Vienna nel 1764, non a Venezia. Ditters e compagnia arrivano a Grosswardein già nell’aprile di quello stesso anno e forse non nel 1765 come opina Helmuth Wirth in MGG, sub voce Ditters von Dittersdorf. Ma probabilmente ci sarà voluto qualche tempo per rendere operativa la ricostituita cappella.

Comunque tutti i nomi dei reclutati da Ditters, con le oscillazioni ortografiche e le altre imprecisioni d’uso nelle antiche scritture, ricompaiono nei registri della locale amministrazione con tanto d’indicazione delle rispettive assegnazioni salariali in denaro e altre utilità. Sono registrate le date di preso e cessato servizio, i contratti e quant’altro. C’è anche “Pichelberger”, peraltro indicato come violinista; il che potrebbe essere un fraintendimento per “violonista”, antico sinonimo di contrabbassista. Non si può pretendere troppo da un ragioniere, ma da uno studioso serio si pretendono, come da un bravo poliziotto, le prove del sospetto. Che nel suo caso lei potrà cercare qui: Archivio di Stato di Oradea, Fondo della diocesi romano-cattolica di Grosswardein, serie Atti economici, buste nn. 3918 e 4017 e serie Scritti politico-giuridici, sub dato.

Contento, signor AgoTaboga? Lei che viaggia molto, che ci racconta di essere stato a Vienna, Ratisbona e Budapest per far ricerca sulle fonti primarie, un’altra volta allunghi fino a Oradea che da Budapest dista solamente 303 km; a quel tempo sei giornate di carrozza (è sempre Ditters a raccontarlo), oggi tre ore e mezzo. Per lei è assolutamente vitale dimostrare che Pischelberger “potrebbe” aver lasciato Grosswardein avanti la primavera 1769, epoca di scioglimento della cappella vescovile, onde precipitarsi a Venezia a cucinare i falsi pagati da Durazzo. L’onere della prova è tutto suo; dunque vada e trovi il documento che attesti una sua prematura partenza, in mancanza di che il suo romanzo papirologico resta tale: una superbufala prematurata (ma si potrebbe rafforzare il sostantivo sull’esempio del conte Lello Mascetti). E già che c’è consulti nello stesso archivio la cronaca manoscritta dell’Ospedale dei Fratelli della Misericordia e quella del Convento dei Cappuccini: troverà conferma a un gran numero di minuti dettagli sulle attività della cappella musicale vescovile ed altri avvenimenti cittadini, largamente coincidenti con i ricordi del poco “scientifico” Ditters. Da che pulpiti… Ma il papirologo non demorde e sale in cattedra.

AgoTaboga (16 marzo):

Ovviamente, come lei sa, le copie delle musiche realizzate da Pischeberger e dagli altri copisti della bottega del gruppo A, musicisti operanti in cappella, sono scritte in carte Veneziane. Significa che, accettando il suo ragionamento, a Grosswardein si faceva arrivare carta veneziana (Incontrovertibile). La informo che se già il costo della carta veneziana a Vienna (583 km) era superiore del 20% rispetto a Venezia, a Oradea / Grosswardein (1.028 km) doveva essere un po inferiore al 40%. Ora con tutto il rispetto chi avrebbe fatto arrivare della carta veneziana a Oradea pagandola un po’ meno del 40% in più rispetto a carta locale o al massimo viennese??? (anche qui uno storico che sa far bene il suo mestiere dovrebbe abbandonare l’ipotesi della credibilità di certe affermazioni fatte nella biografia di Dittersdorf). Invece Dittersdorf privilegiava carta veneziana e il principe vescovo di Oradea era ben felice di comprare carta Veneziana.

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Palazzo episcopale di Großwardein / Oradea, fondato nel 1762 dal vescovo Patačić su
progetto di Franz Anton Hillebrandt.

Ed io la informo, stimato informatore, che di carta veneziana con la filigrana delle tre lune rigurgitano gli archivi europei e financo ottomani del Sei-Ottocento. Perché era di ottima qualità, non ingialliva, non arrossava e non si frantumava come ad esempio alcune di quelle tedesche e francesi. Con 80mila fiorini di rendita annua il barone (e non “principe”) vescovo von Patačić, ispán (gastaldo) della vasta contea ungherese di Bihor, poteva ben comprarsi a Vienna, distante circa 480 km, tutte le risme di carta veneziana occorrenti alla sua cappella. Oppure, meglio ancora, farsele venire via Trieste, porto franco imperiale che lo avrebbe fatto risparmiare sui dazi doganali. Il che, mio egregio scriba e pure un tantino fariseo, invalida le sue percentuali chilometriche, o meglio nasometriche. Lei vuol farci credere che a una carta veneziana corrisponda in modo biunivoco uno scriptorium veneziano? E allora tutto l’import-export del Settecento che ci stava a fare? Vino di Cipro, porcellane di Dresda, sete veneziane, orologi di Londra, cuoi lavorati di Germania, pellicce di Russia non viaggiavano mai fuori dai confini? Esisteva per caso una legislazione autarchica che imponesse all’Ungheria di consumare solo carte viennesi o ungheresi? Ce lo dimostri, altrimenti riporremo anche questa nel cassetto delle bufale ereditarie come “la prassi dell’anonimo” e “la classifica delle 23 migliori cappelle di Germania” con Bonn al terzo posto. Lei mi capisce, vero?

Altra chicca odeporica: proprio da Trieste nel maggio 1769 Ditters fa una gita in barca fino a Venezia (13 ore, dice lui, col vento favorevole). Voleva far visita al conte Durazzo, suo antico principale, dice lui; fors’anche domandargli un impiego? Ma non ce lo trova perché il nobiluomo è andato a Milano dopo una scadente stagione operistica dell’Ascensione, e così “la quarta sera” dopo il suo arrivo il musicista torna a Trieste. Stavolta trova tempesta e impiega tre giorni, ma si consola con le grazie di una compagna di viaggio: una giovane ballerina diretta a Vienna. Di un suo eventuale incontro veneziano con Pischelberger non si fa motto, ma nel 1773 costui rispunta a Vienna come orchestrale del Freihaus-Theater di Schikaneder, quando già dal 1770 Ditters dirigeva la cappella del principe-vescovo di Breslavia a Johannisberg in Boemia. Un po’ deboluccia la presunta Durazzo connection… Però senza di quella, per la già citata incauta ammissione in data 3 marzo 2019 (v. supra), crolla rovinosamente tutto il castello delle speculazioni agotaboghiane: la bottega del gruppo A, le attribuzioni falsificate, le datazioni del fondo Estense, ecc. Donde la promessa o la minaccia rivolta a te, caro Neutral, che gli hai rotto le uova nel papiro:

AgoTaboga (16 marzo):

La ringrazio poiché quando scriverò il mio libro sulla sinfonia Hob. I:13 metterò in luce l’inattendibilità di quanto scritto da Dittersdorf…

Visto che si è incartato in un circolo vizioso, vogliamo aiutarlo nella sua missione illuminista? Nel capitolo 17 della sua autobiografia Ditters trascrive per intero la reprimenda del barone von Pichler, segretario di Maria Teresa, che portò alla chiusura della cappella musicale e del teatro di Grosswardein. Trattasi di documento riservato, un Privatschreiben corredato dalla formula di segretezza “sub rosa”. Strano e irrituale che il maestro di cappella, cui era stato mostrato in confidenza dal vescovo destinatario, ne abbia tratto una copia e l’abbia conservata per tutta la vita. Io dico che secondo i canoni dell’analisi linguistica e diplomatica il documento suona autentico; AgoTaboga preferirà pensare che sia l’ennesima spiritosa invenzione dell’inattendibile vegliardo. Allora vada allo Haus-Hof-und-Staatskarchiv di Vienna (presumo che ne conosca l’indirizzo attuale: Minoritenplatz) e trovi l’atto autentico. Poi lo confrontiamo e ci facciamo due risate.

E dico infine a te, amico Neutral. Sei sicuro che valga la pena di consumare le notti a discutere con un dilettante ignaro dei primi principi della ricerca storica, uno che ti ringrazia per avergli insegnato la differenza tra fonte primaria e secondaria? Da quel che scrive io dubito che l’abbia davvero appresa; tuttavia, e perdonami il consiglio non richiesto, ti rammento l’antico adagio della Nonna: “Mai sederti al tavolino coi bari di carte”, quand’anche fossero filigranate.

Ti auguro pace e serenità,

tuo Carlo Vitali (Aristarco Scannabufale, alias “il Gazzettante”), Accademico della Bufala.

(*) cfr. https://www.musica-classica.it/forum/index.php?/topic/3736-il-caso-luchesi/…; alle pp. 123 e sgg. Si tratta del forum che i signori Bianchini e Trombetta ebbero a definire “ricettacolo di chiacchiere da bar, di parole in libertà, nella cornice erotica di donnine che sino a qualche settimana fa si vendevano in webcam tra richieste di musica sacra, sinfonie, quartetti, Requiem, Miserere, Luchesi ecc.”.

 

 

 

 

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