Andrea Luca Luchesi: “Taboga leaks o non è mai troppo tardi (Parte seconda)” di Carlo Vitali

PRIMA PARTE

Spigolando fra i milletré siti dove il dottor Agostino Taboga, regista teatrale prestato alla fantamusicologia e punta di diamante della setta luchesiana, straparla h. 24 di filigrane e contromarche, bifolii, varianti disgiuntive, stemmata codicum e simili esoterismi da provetto filologo, apprendiamo un’inquietante notizia che non mancherà di gettare nella costernazione i difensori dell’ambiente naturale.

Questo indomito produttore di CO2 avrebbe dunque in animo di scrivere un libro (autoprodotto?) sulla Sinfonia Hob. I:13, attribuita finora all’illustre idiota Joseph Haydn mentre lui tiene le prove che trattasi dell’ennesima falsificazione ai danni del Genio della Motta di Livenza; al secolo Andrea Luca Luchesi, in Arcadia “Prezzemolino Crittogamico”.

Ecco un saggio della sua incomparabile tecnica ectodico-divinatoria in polemica col falsario neonazista H.C. Robbins Landon, reo di aver soppresso un’informazione vitale nella descrizione di un testimone di detta sinfonia conservato a Vienna, Gesellschaft der Musikfreunde, cat. XIII 19071.

Robbins Landon […] non riporta invece l’esistenza di una strana decorazione, scritta nell’ultimo pentagramma presente nel verso dell’ultima carta del fascicolo di violino primo. In questa sorta di ghirigoro, fatto per cancellare una precedente segnatura, è però intuibile una scritta, parzialmente distorta dai segni aggiunti, in cui sembra potersi ancora distinguere «D  Luc eße A».

Ma è chiaro, no?: D[i] Luc[h]esse A[ndrea], prima il cognome e poi il nome come all’appello in caserma o nel registro della Camera di commercio. Nel Settecento sarebbe stato un ben atipico usus scribendi; non si faceva neppure negli indici analitici dei libri, vuoi in italiano, vuoi in tedesco.

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Nella parte superiore del nostro facsimile, filtrato attraverso le maglie di TabogaLeaks, si ammira il negativo del “ghirigoro” in questione, in quella inferiore la trascrizione “interpretativa” tracciata a mano dal dottor Taboga sul proprio taccuino pentagrammato. Per chiunque sia dotato di qualche diottria non occorrono commenti. Ma per chi, come lo scrivente, abbia trascorso alcuni anni della propria dissipata giovinezza nel catalogare manoscritti musicali e non, sono abbastanza chiare due modeste tecnicalità:

  • In una partitura non dotata di frontespizio autonomo, ovvero su una parte staccata, l’attribuzione d’autore figura di regola in alto a destra sulla prima carta. Mai, che noi si sappia, in calce sul retro. Si accettano volentieri prove in contrario.
  • Quel “ghirigoro” è una tipica prova di penna, in latino probatio calami o pennae, in tedesco Federprobe e via traducendo. Tutti i manuali di codicologia, e financo l’Enciclopedia Treccani, concordano nel descrivere la prassi degli amanuensi che, dopo aver temperato  la penna d’oca, saggiavano la flessibilità del pennino terminale e la densità dell’inchiostro erogato con tratti che potevano andare dall’arabesco astratto e asemantico al tracciamento di lettere e simboli, oppure a schizzi più elaborati, o ancora alla trascrizione di versi, motti, proverbi. La casistica è amplissima dall’alto Medioevo al primo Ottocento, quando la pratica andò gradatamente in disuso per l’avvento del pennino d’acciaio. 

A beneficio del dottor Taboga, che la sua imparaticcia cultura codicologica deve averla attinta in qualche Internet café, riportiamo qui alcuni links eloquenti:

E se non gli basta, si rivolga al più vicino Archivio di Stato e si iscriva a un corso serale di paleografia e diplomatica. Ce ne sono degli ottimi, frequentati da dilettanti e altri simpatici personaggi della terza età. Ricordi, dottore: non è mai troppo tardi!

Appendice I

AgoTaboga: le segnalo solo questo breve articolo sul mercato della carta veneziana che può trovare nel sito che curo dedicato ad Andrea Luchesi. https://andrealuchesi.it/il-mercato-cartario-nella-serenissima-produzione-e-smercio/  […] Anche a Grosswardein, ancor più distante, potevano esserci carte veneziane, ma credo potrà concordare con me, più costose ancora che a Vienna.

E con questo? Conoscevo il gaio sito, e avevo visto che il Taboga, pur citando un articolo dell’esperto Ivo Mattozzi su “Ateneo Veneto” del 1994, non fa motto di uno precedente, assai più organico, contributo dello stesso autore: Produzione e commercio della carta nello Stato veneziano settecentesco: lineamenti e problemi, Bologna, [Tamari], 1975, 97 pp. Se uno ha la pazienza di digerirsi tutte le tabelle statistiche e i riferimenti d’archivio colà contenuti si renderà conto che la carta di alta qualità prodotta in tutto lo Stato veneto era in prevalenza un genere di esportazione, con maestosi flussi di “balle” (absit injuria) per mare e per terra verso Costantinopoli, Adriatico orientale, Levante, Ponente, “Italia estera”. Visto che il Taboga finge di non capire quanto Aristarco gli aveva già accennato nel suo scritto, mettiamola giù ancor più papale: se un magnate ungherese come il vescovo-barone Adam von Patačić (80mila fiorini di rendita annua) non poteva permettersi di comprare carta veneziana della migliore qualità, chi mai avrebbe potuto? La sua orchestra – che constava di 34 persone, fra cui 9 servitori di livrea, un cameriere e un pasticciere, più 7 musici del capitolo della cattedrale e un maestro di cappella (Karl Ditters) – avrebbe per caso fatto i conti della serva per risparmiare sulla carta? A Taboga fa piacere pensarlo perché gli fa comodo per i suoi teoremi sul fantomatico scriptorium clandestino del conte Durazzo a Venezia.

Altra sua boazza more veneto:

AgoTaboga: Interessanti i link che ha postato… Quello della tracanni

[Sic per Treccani; il papirologo deve averne tracannati troppi bicchier, cfr. Mascagni, op. non cit.]

AgoTaboga again:

… dice esplicitamente probatio pennae (o p. calami) In paleografia e in codicologia, espressione («prova di penna») con cui si indicano il disegno, la parola singola, la frase o i versi, non sempre di senso compiuto, che si trovano tracciati nelle carte di guardia iniziali o finali e nei margini dei manoscritti medievali […] Non mi pare sia molto pertinente con l’epoca, ma su questo potrà illuminarmi ulteriormente data la sua indubbia conoscenza del periodo medievale.

Ma dove avrà prematurato questa supercazzola? Aristarco un medievista? È invece un settecentista che qualcuno dei presenti si è degnato di chiamare “esimio”. Il motivo della sbroccata è chiaro: far credere che la prassi della probatio pennae riguardi unicamente i monacelli medioevali intenti a miniare codici su pergamena. Nulla di più falso, come una persona di media cultura non dovrebbe ignorare. Lezioncina di ripasso a beneficio dei sordastri:

In Occidente gli strumenti scrittorii furono in ordine cronologico

  • calamo o stilo, dall’Antichità all’Alto Medioevo (circa VI-IX secolo);
  • penna d’oca, più raramente d’aquila, fino al primo Ottocento;
  • pennino d’acciaio; in seguito stilografica, biro, pennarello e quant’altro.

Imitando il grande Hugo Riemann che all’analogico e discutibile termine “musica barocca” preferiva un empirico Generalbasszeitalter (età del basso continuo o generale), parleremo allora di Gänsefederzeitalter (età della penna d’oca), nella quale rientrano a pieno titolo i copisti del medio e ultimo Settecento, o meglio: tutti gli amanuensi dall’età precarolingia a quella romantica.

Accetta il Dottor Papiro una modesta illuminazione? Si guardi le seguenti due vignette, tratte da un manuale per principianti nella nobile arte della scrittura: Johann Friedrich Kiechel, Neue methodische Anweisung zur deutschen Kurrent- Kanzley- und Frakturschrift, Strasburgo, presso l’Autore, 1788.

  • modo di temperare la penna

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  • esercizio preparatorio (Vorübung)

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Per caso non scorge il candido lettore negli esempi nn. 2, 3 e 4 una certa somiglianza con quei moduli grafici decorativi, del tutto asemantici, utilizzati dal copista viennese di Hob. I:13 per comporre il famigerato “ghirigoro“? Onde occultare un’attribuzione d’autore che di regola non avrebbe mai dovuto essere in quel punto, dice il Dottor Papiro. Onde provare il taglio e l’inchiostrazione di un pennino d’oca temperato di fresco, diciamo noi. E con noi lo dicono Nonna Codicologia e il professor Ockham, filosofo più citato che davvero compreso e che di sicuro non figura nella biblioteca dei complottardi di rito trevigiano-sondriese.

Cordiali saluti e passiamo alle cose serie.

Carlo Vitali, Accademico della Bufala.

Appendice II

E lo sciagurato rispose. Ecce iterum Crispinus con le sue unsupported speculations e le citazioni ritagliate ad hoc, anzi ad oca (dato l’argomento). Prima di tutto: perché non è capace di citare le sue fonti in modo decente? Provvedo io per l’ultima volta perché, a differenza di lui, non ho tempo da perdere coi dilettanti di storiografia e scienze sussidiarie. Magari il tempo lo troverei se fosse un poco più umile e mi pagasse il disturbo; ma lui “è nato imparato”, e francamente mi disgusta la sulfurea puzzetta d’orgoglio che emana dalla sua prosa ipocritamente affabile.

Agotaboga: Il 26 novembre del 1738 Voltaire scrisse una lettera a un amico, al quale richiedeva delle “penne d’oro”, identificabili proprio con dei pennini, poiché egli era stanco di scrivere con “penne d’oca”.

Versione originale detaboghizzata:

“Je vous embrasse. Envoyez-moi des plumes d’or, sì vous avez de la monnaie. Je suis las de ne vous écrire qu’avec une plume d’oison”.

Fonte: Vol. 69 delle opere complete di Voltaire, Parigi, 1785.

Brandello di ermeneutica: scrivendo in data 24 novembre 1738 al suo compagno di giovinezza e agente letterario Nicolas-Claude Thieriot (1697-1772), Voltaire, come suo costume, tira sfacciatamente a soldi. Le penne d’oro sono un topos satirico sulla venalità degli scrittori e degli storiografi in particolare. Del milanese Paolo Giovio (ca. 1483-1552) è divulgato in più fonti che “trattava la penna d’ oro per chi gli desse oro ed onori e la penna di ferro per chi gli spiacesse”. Analoga dichiarazione avrebbe fatto Bernard de Girard du Haillan (1535-1610), regio storiografo di Francia, a Enrico III di Valois, che da allora in poi lo trattò giustamente da buffone. Il re capiva le metafore, il dottor Taboga no. “Identificabili proprio con dei pennini”, oh bravo! Ma mi faccia un piacere…

Agotaboga: nel 1772 comparve su un giornale un avviso commerciale che proponeva la vendita di pennini importati dall’Inghilterra per opera di Fontaine, gioielliere francese. Dall’esame dei testimoni da me effettuato mi pare sostenibile come gli amanuensi potessero (verosimilmente dagli anni ’60) essere dotati di pennini metallici. Se così fosse la necessità di effettuare prove di scrittura mi sembrerebbe meno sostenibile… rispetto ai costumi dei secoli precedenti e forse del primo settecento.

Versione originale detaboghizzata:

Plumes d’acier d’Angleterre, propres pour écrire, non sujettes à s’émousser; 30 sols. Fontaine, Bijoutier, rue Dauphine, 1772.

Fonte: Dictionnaire de l’industrie […], Tomo 2, Parigi, 1776, p. 426.

Brandello di ermeneutica: Come si deduce dal prolisso frontespizio, si tratta di invenzioni, curiosità e “segreti” propalati appunto tramite inserzioni pubblicitarie, ma non certo riflettenti le condizioni mainstream di un’industria internazionale come quella della copisteria. Il prezzo è pure un po’ salato (30 soldi, eufemismo per una lira tornese e mezza) ma il laureato in economia e commercio Taboga dr. Agostino fa i conti della serva sulla carta veneziana destinata all’Ungheria e poi specula che i copisti di musica (perché solo quelli, di grazia?) corressero dal gioielliere per sostituire le economiche penne d’oca con le quali avevano imparato a scrivere. “Verosimilmente”, dice lui; “mi pare sostenibile”, dice lui. Soliti lazzi da wishful thinker: gli pare sostenibile tutto ciò che gli fa comodo.

E per finire qualche elemento in più sugli usi scrittorii di fine Settecento.

Visto che il Dottor Papiro frequenta i filosofi illuministi francesi, si accomodi allora sull’Encyclopedie di Diderot e d’Alembert, ad vocem “Art d’écrire” e sulla relativa planche (nel II volume del Recueil des planches, Parigi,  Briasson – David- Le Breton – Durand, 1763. Gliela offriamo qua sotto dalla nostra collezione privata. Ci vede molte penne o pennini d’oro, argento e bronzo?

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L’autore dell’articolo è Charles Paillasson (1718-1789), gran calligrafo professionista legato alla corte di Versailles. Tanta era la sua autorità che il trattatello fu ripubblicato separatamente in traduzione italiana come L’arte di scrivere, tratta dal Dizionario d’arti e mestieri dell’Enciclopedia metodica, Padova, Stamperia del Seminario, 1796. Da quest’ultima fonte le copio un paio di paragrafi sulle penne da scrivere (p. 22):

“Le penne, che si adoperano per iscrivere sono di cigni, di corvi, e di altri uccelli, ma specialmente cavate dalle ale dell’oca. Se ne distingue di due sorte, altre chiamate penne grosse, ed altre di cima dell’ala. Si deve scegliere la penna di grossezza ordinaria, piuttosto vecchia che cavata di fresco, e di quelle che si chiamano seconde, cioè a dire né troppo dura ne troppo tenera. Conviene che sia tonda, ben chiara e netta, come trasparente, senza che vi si vegga alcuna macchia bianca, che ordinariamente impedisce che non riesca bene nel taglio a cagione delle pellicole che si separano dalla penna internamente, le quali pellicole, a dir vero, si potrebbero già levare con il temperino, ma sempre con perdita di tempo, e debilitando la penna. Moltissimi preferiscono quelle di cima d’ala a tutte le altre, perché riescono molto bene nel taglio. Si chiamano penne Olandesi le penne preparate alla maniera d’Olanda, cioè quelle delle quali si mette sotto la cenere la parte che si adopera per fargli acquistar consistenza, e separarne il grasso”.

Questo, egregio Dottor Papiro, era il vero stato dell’arte sul finire del secolo decimottavo. Non si fa motto di penne metalliche o altre sensazionali novità tecnologiche. Anzi: una volta sì, a p. 8:

“Aggiungasi che l’arte di scrivere era in molto maggiore estimazione ne’ tempi passati. Rotterdam, in un certo tempo dell’anno, dava una penna d’oro allo scrittore [leggi: calligrafo, ndr] che si distingueva nell’arte sua”.

Ora lei dirà magari che questa è una “prova” delle sue tesi. Le risparmio ulteriori commenti perché non ho più parole ma solo parolacce. Per favore, eviti di farmi trascendere a un linguaggio che non si addice a un modesto erudito e a un anziano gentiluomo. Se per caso non conoscesse il significato di tali sostantivi se lo cerchi su un dizionario.

Addio per sempre, vada a farsi benedire.

Carlo Vitali, Accademico della Bufala

 

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