Andrea Luca Luchesi: “Francesco Maria Zuccari: quando la ricerca non vale lo sforzo” di Carlo Vitali su «Le salon musical»

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F.M. ZUCCARI: Messa in do minore e Magnificat in fa maggiore

A. Piroli, A. Stornello, C. Biraga, S. Gaias, M. Piretta
Orchestra barocca di Cremona
coro Il Concento
dir. Giovanni Battista Columbro

CD Urania Records LDV 14042

DDD 70:05 **

Biasimare e lodare – sostiene Borges – sono operazioni che nulla hanno a vedere con la critica. Di fronte a prodotti come il presente ci basterà dunque segnalare, a tutela del potenziale consumatore, come all’interesse storico (la riscoperta di un compositore dimenticato fra i tanti dell’aureo Settecento italiano) non risponda una professionalità tale da giustificarne l’acquisto fuori dalla ristretta cerchia degli specialisti. Del frate minore Francesco Maria Zuccari, prolifico maestro di cappella cui si accreditano circa 400 titoli, si può qui apprezzare l’ingegnoso intreccio concertante fra voci soliste, coro e strumenti. Si può certo, se si prescinde da un quintetto vocale in cui soltanto il soprano Anna Piroli e il tenore Salvatore Gaias appaiono tollerabili per colore e competenza stilistica. Altrove fioriscono colorature e cadenze strascicate, infortuni d’intonazione, incertezze di solfeggio. Difficile superare lo shock cognitivo derivante da una concertazione tanto letargica: paletta agogica ristretta quasi sempre fra il Larghissimo e l’Andantino, dinamica piatta, tactus inflessibile e scarso di accenti. Ad aiutare la leggibilità non contribuiscono un’acustica dispersiva e/o una microfonazione squilibrata: il ron-ron di archi gravi e fagotto sembra provenire da un remoto sottoscala, impastando in una morchia indistinta interventi corali, assoli, concertati, pregevoli movimenti fugati, squilli solenni e a tratti prevaricanti di due trombe naturali in primo piano.

Oggetti della registrazione sono una Messa del tipo “brevis” o “di Gloria”, più un campione di Magnificat ridotto a quattro versetti e fuga finale (highlights li definisce, senza beneficio d’inventario, la produzione). Sia pure; non è l’unico atto di fede che il maestro Columbro, nella sua duplice veste d’interprete e musicologo, esige dall’ascoltatore. Discutibile la definizione di luogo natale e date biografiche del compositore: Dosolo, 1697-1782; a conclusioni diverse e meno apodittiche conducono gli studi di Biancamaria Brumana e Maria Nevilla Massaro. Su basi documentarie lacunose e meramente induttive non è accettabile parlare di una “dinastia Zuccari” paragonabile nientemeno che a quelle di Couperin, Bach e Puccini. Nessuna prova di un legame di parentela, ad esempio, con Carlo Zuccari detto “il Zuccherino” (1703-1792) né coi vari musicisti dello stesso cognome. Che l’enciclica Annus qui hunc vertentem di Benedetto XIV (1749) consentisse a titolo di cauta apertura “l’uso di alcuni strumenti nelle chiese” è lettura assai fuorviante. Si proibiva invece una lunga lista di strumenti già in uso da tempo ma reputati sconvenienti alla dignità della liturgia, salvando unicamente archi, organo, tiorba e fagotto. Tali proibizioni, accettate con espresso gaudio da padre Martini, buon amico, confratello e collega dello Zuccari, non erano peraltro destinate a trovare molto accoglimento fuori dagli Stati pontifici. Che l’apprezzamento di Federico il Grande per padre Vallotti spieghi la sopravvivenza delle di lui Lamentazioni nella Vienna del primo Ottocento è puro non sequitur liturgico, estetico e perfino geopolitico. Occorre argomentarlo?

Senza pregio né logica connessione col contesto sono poi i lagni revisionisti circa Andrea Luchesi “effettivo maestro” di Beethoven e la presunta cancellazione dalla storiografia musicale tedesca della scuola padovana di Vallotti-Tartini-Riccati. Di tutto ciò non esistono prove, ma semmai indizi in senso contrario: si veda quanto nel 1896 scriveva Eitner sul discepolato di Vogler a Padova oppure il recente saggio di Sebastian Klotz, Kombinatorik und die Verbindungskünste der Zeichen in der Musik zwischen 1630 und 1780, Berlino 2006. Non è col riecheggiare i rozzi teoremi campanilisti di Giorgio Taboga e seguaci che si può conferire dignità culturale alla rivalutazione d’innegabili eccellenze italiane. Specie quando il carente livello tecnico dell’esecuzione, poco più di una prima lettura fra amici, rischia di trasformarsi in bacio della morte. Ce ne duole per la reputazione di una stimabile etichetta indipendente, di solito più attenta e selettiva nel programmare.

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