Miscellanea: “Musicologia pelosa” di Carlo Centemeri

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Non molti anni fa si scoprì che il Pianto di Maria, una cantata riscoperta nel 1929, non era una composizione di Georg Friedrich Händel, ma del padovano Giovanni Battista Ferrandini. La cantata, magnifica, non è tuttavia frequentemente eseguita: non lo era sotto il nome di Händel, non lo è sotto il nome di Ferrandini. Se un domani venisse fuori che in realtà l’ha scritta Bach, Vivaldi, Tartini, Torelli, Fiorè, questa cantata resterebbe un magnifico brano di musica; magari avrà periodi in cui sarà eseguita un po’ di più, magari sparirà del tutto dai concerti e dovremo accontentarci delle incisioni della Von Otter e della Fink. Chissà. Sarà un giorno famosa come il Messiah? Ce lo auguriamo tutti, ma la questione sarà legata a fattori che certo trascendono il nome dell’autore: magari qualcuno comincerà a suonarla dovunque, magari finirà in un film, magari in una pubblicità, magari un domani la inciderà Jovanotti o Madonna, e questo la porterà su pubblici mai visti prima. Ma magari no. Sicuramente, la discussione di chi ha scritto cosa non ha cambiato per niente la percezione: un bel brano di musica, non troppo famoso. Semplice.

Esiste, ed è innegabile, una stretta selezione di brani che, indipendentemente da ogni giudizio di valore, rientrano nella categoria “prediletti dal pubblico”, ed esiste, in maniera innegabile, un certo atteggiamento un po’ “piacione” da parte di chi (artista, organizzatore, discografico), volendo catturare più facilmente l’attenzione del pubblico, si affida a contenuti di più sicuro successo. E questo non è certo un problema della musica classica: chi di voi frequenta un po’ il mondo della musica pop/rock sa certamente che in questo momento se si vuole guadagnare qualche soldino dai concerti nei “soliti” canali (locali, feste di piazza ecc.) la cosa migliore è avere una bella cover band o tribute band che suoni solamente canzoni famose di gruppi famosi. I talent fanno competere le voci a colpi di cover e quando i vincitori escono sul mercato con un proprio prodotto di solito lo fanno su un prodotto deludente proprio dal punto di vista della composizione. Dire al padrone di un locale che si suoneranno pezzi propri equivale a farsi cacciare via, a meno di non avere un proprio nutrito seguito.

E allora, facciamo un’ipotesi.

Anno Domini 2030:

un critico musicale informa il mondo che l’album The Miracle dei Queen non contiene loro canzoni, ma brani dei The Destroyers, gruppo oriundo italiano di origine materana trasferitosi, come molti altri, in cerca di fortuna in Inghilterra alla fine degli anni 80. I Queen li hanno ascoltati in un pub una sera, per caso, e hanno apprezzato molto una decina di loro canzoni (tra cui I Want It All, Breakthru, The Invisible Man) e le hanno, truffaldinamente, ripubblicate come proprie. I conti tornerebbero: i Queen non fecero un tour per quell’album (la scusa era la malattia di Freddie Mercury, ma evidentemente temevano ritorsioni), e anzi, stranamente, proprio da quell’album cominciarono a firmare a otto mani tutti i brani del disco, cosa che non avevano mai fatto prima: una evidente strategia per spartire i diritti che avevano acquisito in modo fraudolento. Dei materani Destroyers rimangono invece quattro altri album mai ripubblicati su CD, francamente meno interessanti rispetto alle canzoni sottratte dai Queen (che avevano notoriamente buongusto, essendo prodotti della cultura imperial-colonialista inglese che a priori ha sfruttato la minoranza etnica italiana). Il giornalista che scopre questa cosa lo scrive sul suo blog: i social ribattono la notizia in un baleno e a questo punto le tribute band di tutto il mondo si pongono il problema: tenere o non tenere in scaletta le canzoni “sospette”? Qualcuno le toglie e si sente chiedere dal pubblico come mai sono stati esclusi dei pezzi che si trovano a tutti gli effetti sugli album dei Queen. Qualcuno le tiene (se le togliamo dobbiamo studiare altri pezzi per riempire la scaletta, e cosa ci mettiamo?) e la gente comunque le canta senza protestare. La decisione finale mediata su tutti quanti rimane quella di tenere tutto come prima. Un gruppo di ardimentosi mette su una cover band dei materani Destroyers e cerca scritture, che non trova perché “la gente viene se legge scritto Queen”: ma loro non si perdono d’animo e con un lavoro infinito riescono tramite il tubo e qualche concerto pagato con una birra (da dividersi tra tutti i membri del gruppo) a far conoscere anche l’opera di questi musicisti ingiustamente dimenticati, la cui opera restituisce bene il sound dell’underground londinese di fine anni Ottanta, utilissimo per capire i Queen di quel periodo. I più interessati ascoltano con interesse, quelli a cui interessava solo ascoltare Bohemian Rhapsody continuano a fregarsene.

Ora, consideriamo concluso questo assurdo apologo e veniamo a noi: la continua discussione che imperversa sull’attribuzione del repertorio mozartiano, che sarebbe in realtà opera di un ampio numero di compositori diversi, non cambia un discorso: che stiamo continuando a parlare sempre della stessa musica, degli stessi maledetti cinquanta o settanta brani. Al pubblico piacciono la Jupiter, la KV 550, l’Eine Kleine, le Nozze di Figaro, il Flauto magico. Scrivere che sono opera di Mozart o di Glauco Persichetti di fatto non cambia un tubazzo: quelli sono i pezzi favoriti del pubblico che si continueranno a suonare, e quindi non cambierà un tubo. Stabilire che l’inno francese l’ha scritto Viotti e non Rouget de Lisle o che l’Eroica l’ha scritta mio nonno per l’utente finale è una questione di lana caprina, perché sono argomenti che non toccano il cuore della questione: che il repertorio eseguito è sempre meno e, come una fotografia riprodotta con sempre meno pixel, l’idea che il pubblico ha della storia della musica classica (intesa come evoluzione di un linguaggio, come specchio sociologico del nostro passato, come descrizione del pensiero di un certo periodo) è sempre più offuscata.

Alcune persone recentemente mi hanno detto che non sono interessate a conoscere tutta la musica ma solo gli elementi più importanti. Come dire: “Ah, del Novecento studio solo Prima e Seconda guerra mondiale, e qualcosa degli Anni di piombo, il resto è meno rilevante”: cosa pensi di capire del novecento? E, in secondo luogo, chi l’ha stabilito quali sono i più importanti? Salvini? Trump? La Bibbia? Nostradamus? E anche se fosse, non vi interessa capire perchè sono i più importanti? Siete così pigri o così succubi dal rischiare che se un giorno qualcuno vi passa un’informazione che magari è polarizzata da qualche intervento extraculturale (ad esempio, cercare di promuovere oltremisura una gloria locale cercando di farla assurgere, per tramite di una serie di scandali, a un ruolo ben oltre le sue capacità) ci credete pedissequamente?
Il problema non è chi ha scritto la KV 550, il problema è “perché la KV 550 è un capolavoro? cosa succedeva nel mondo mentre si scriveva la KV 550? Chi ha scritto la KV 550 da dove veniva e dove è andato? come è cambiato il mondo dopo la KV 550?”.
Nessun artista è Dio, nessun musicologo è infallibile, nessuna catalogazione è perfetta, tutto può essere riattribuito in presenza di prove inconfutabili (quante opere di presunto Bach sono poi state correttamente assegnate a Telemann, Kuhnau o chi altro?). Ma l’eccesso di zelo volto solo a cercare visibilità dicendo che il re è nudo non serve a nulla, a nessuno. È orrido sensazionalismo.
Il problema non è chi ha scritto le cinque sinfonie famose di Mozart. È che nessuno conosce le altre trentasei, che magari sono davvero mal attribuite, ma dato che nessuno le conosce nessuno se ne occupa. E quindi mancano trentasei pezzi al puzzle, perché non fanno audience.

Riassunto in cinque parole: vantarsi di essere un eroe perché scrivi: “Mozart era un ladro!” è un tentativo pallido di monetizzare la creduloneria generale, specie se, come detto sopra,alla fine la musica che si ascolta sono sempre le stesse cose ma con un altro nome. Spaccarsi le ossa per far sentire al pubblico che ci sono in giro autori altrettanto interessanti, e forse anche di più, è un altro discorso. Ci vuole fatica, e bisogna saperlo fare (mentre sparare stupidate, magari nascondendosi dietro un titolo conseguito trent’anni fa e ora usato per coprire una macchia sulla parete, è gratis, tanto più le stupidate sono grosse).

E se racconti di far cultura, ma te ne occupi solo negli angoli che fanno audience, forse hai sbagliato mestiere.

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