L’Accademia della Bufala, n. 40: “Salvate il soldato Salieri” di Renato Calza

Tempo addietro m’era capitato di difendere Salieri dall’improvvida difesa del suo onore tentata da Luca Bianchini e Anna Trombetta in Mozart. La caduta degli dei (LINK).

Devo a malincuore tornare sull’argomento, dopo che un amico, non so se gentile o burlone, mi ha messo tra le mani il nuovo parto della coppia di musicologi sondriesi, Mozart. La costruzione di un genio.

Avendo studiato il “caso Salieri” per un mio saggio sulla sua (s)fortuna critica e sulla leggenda del suo rapporto con Mozart, sono corso a vedere l’indice dei nomi e ho trovato che anche in questo nuovo libro i coniugi si dedicano al maestro di Legnago.

La prima occorrenza del suo nome è stupefacente. Si legge (pp. 12-13):

Quando Salieri s’autoaccusò di aver assassinato Mozart, cosa in realtà mai successa e messa in giro apposta dagli ultranazionalisti, «fu creduto subito perché era Welsch, terrone italiano»2.

Che razza di costruzione! Probabilmente i due intendevano dire che quando si sparse la falsa notizia dell’autoaccusa di Salieri, una bufala inventata e messa in giro apposta dagli ultranazionalisti, credettero che davvero egli si fosse incolpato di aver assassinato Mozart.

A leggere una simile prosa sembrerebbe che i due autori si siano spartiti il lavoro, scrivendo uno le righe dispari e l’altro quelle pari. A questo punto verrebbe da suggerire loro di cooptare un terzo autore, col compito di leggere quello che trova scritto.

Ma la sorpresa riguarda anche la citazione virgolettata «fu creduto subito perché era Welsch, terrone italiano» (la nota 2 rinvia a Piero Buscaroli, La morte di Mozart, Rizzoli, Milano 1996, p. 218).

Siamo abituati alle citazioni creative del duo musicologico, la cui propensione all’alterazione delle fonti si acclara anche qui. Buscaroli aveva scritto:

Il nome di Salieri si radicò dopo che, preda della demenza senile, si era accusato da sé, e siccome era bizzoso e inviso, fu creduto; dapprima per scherno e dispetto, poi con acre convinzione. Fu creduto perché era Welsch, terrone, italiano; e gl’italiani, che i sovrani tedeschi predilessero lungo due secoli, avevano benissimo meritato, per intrighi, sufficienza, ignoranza, e per quella loro pretesa, durata fino a Gasparo Spontini, di lavorare e spadroneggiare in Germania continuando a parlare e capire soltanto l’italiano, il compatto odio di cui erano attorniati.

Facciamo il punto: l’avverbio subito  – per quanto inserito nella citazione virgolettata – non è di Buscaroli. Buscaroli crede nell’autoaccusa, anche se col buon senso di tutti gli studiosi reputa che fosse frutto di demenza senile. Italiano viene magicamente concordato con terrone, e si tace tutto il (piuttosto pungente) riferimento all’odio che, in sostanza, secondo Buscaroli gli italiani si sarebbero guadagnati per colpa del loro comportamento. Il lettore ingenuo è indotto invece a credere che l’odio per il terrone fosse frutto, per Buscaroli, di cieco nazionalismo.

A Salieri è dedicato un capitoletto (pagine 91-94) che porta il titolo, paradossale come tutti e, nelle intenzioni, spiritoso e graffiante 1856 / SALIERI RENDE OMAGGIO A MOZART.

Il capitolo si apre con una citazione virgolettata:

A domanda se era vero che il predetto cavalier Salieri abbia detto durante la sua malattia, di aver avvelenato il celebre compositore Wolfgang Mozart, sul nostro onore, e sulla nostra coscienza, dichiariamo di non aver mai udito il sopraddetto Salieri dire ciò, né fare la benché minima menzione di cosa alcuna che vi si riferisse.

Il riferimento è misterioso, ma chi conosce un po’ la storia di Salieri intuisce che qui si riferiscono le parole degli infermieri che assistevano il musicista all’ospedale:

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Il lettore di Mozart. La caduta degli dei è avvezzo anche alla prassi bianchinian-trombettiana di modernizzare l’italiano aulico senza dichiararlo e di far passare una “traduzione” per originale, tagli e adattamenti compresi.

Ciò non sorprende, ma sorprende invece (e assai) il riferimento bibliografico. I due autori scrivono che il testo virgolettato è tratto da

Giuseppe Carpani, Le Haydine ovvero lettere sulla vita e sulle opere del celebrato Maestro Giuseppe Haydn di Giuseppe Carpani, Tipografia della Minerva, Padova 1823, p. 276.

La pagina 276 è giusta, ne diamo atto, ma solo quella: il testo è ripreso, come dovrebbe sapere chiunque scriva di Salieri e Mozart, non dalle Haydine ma dalla lettera aperta in difesa dell’onore di Mozart, che risale a un anno dopo, essendo stata pubblicata sulla «Biblioteca Italiana» di Milano nel numero del settembre 1824: Lettera del sig. G. Carpani in difesa del M.° Salieri calunniato dell’avvelenamento del M.° Mozzard.

Il cuore del capitoletto dedicato a Salieri è una elucubrazione sulla notizia secondo cui costui avrebbe partecipato al funerale di Mozart. I due autori scrivono che nel 1856, per celebrare il centenario mozartiano,

giornali e biografi si danno da fare a diffondere la notizia che Salieri aveva partecipato al funerale di Mozart. Otto Jahn dice che ad accompagnare il feretro di Mozart tra i musicisti c’era anche Antonio Salieri.

Dichiarano di aver consultato Jahn e Cliff Eisen (solo loro? È una notizia ampiamente discussa da una miriade di studiosi…). Aggiungono che

Qualcosa però è andato storto, e parti importanti della storia sono state tramandate in modo parziale, distorcendo i fatti.

Come sempre, le pezze d’appoggio sono accuratamente selezionate per rafforzare l’illazione.

Bianchini e Trombetta fanno riferimento a un articolo uscito sul Morgen-Post nel 1856, e cominciano col piede sbagliato. Scrivono infatti che

È tale Joseph Deiner a scrivere sul Morgen-Post di Vienna del 28 gennaio 1856 che «quella notte, quando Mozart morì, era buia e tempestosa»

e continuano con la traduzione del passo.

Peccato che il povero Joseph Deiner non sia “un tale” qualsiasi ma una figura ben nota ai biografi mozartiani, più volte citato come oste della Zur goldenen Schlange (non silbernen) e amico di Mozart che lo aveva buffamente soprannominato Primus.

Bianchini e Trombetta affermano che fu costui «a scrivere sul Morgen-Post di Vienna del 28 gennaio 1856» la descrizione dei funerali di Mozart.

Peccato che Deiner, nato nel 1751, fosse morto vecchissimo il 29 maggio 1823 e che l’articolo in questione non sia firmato da lui ma faccia riferimento in terza persona alla sua figura. L’articolo – lo precisiamo a beneficio dei lettori del nuovo libro di Bianchini e Trombetta, era intitolato Mozart, nella rubrica Montags-Courier.

A parte il fatto che la traduzione sembra condotta sulla traduzione inglese del testo, sorprende leggere che proprio loro, così avvezzi a modernizzare i testi antichi, abbiano conservato gli arcaismi Grosse Schullerstrasse e Stubenthore.

Che poi il racconto della tempesta di neve e pioggia sia inattendibile è un dato pacificamente accettato (i due autori avrebbero potuto leggere e citare anche il saggio di N. Slominsky su The weather at Mozart’s funeral, per fare un solo esempio).

La tempesta di neve, il corteo che si ferma prima di giungere al cimitero, sembra un’invenzione romanzesca e un dettaglio patetico, ma Bianchini e Trombetta ci leggono un complotto.

È ben vero che nel 1856 Otto Jahn riprende questa leggenda, che magari aveva letto sul Morgen-Post. Ma a partire da questo dato Bianchini e Trombetta ricamano un lungo ragionamento:

Come l’invidia di Salieri è creata ad arte, così pure la sua presenza ad accompagnare il feretro è probabilmente un falso prodotto da Otto Jahn. Si voleva mostrare il rivale pentito che rendeva omaggio al “genio”. A lui si inchinava l’acerrimo nemico italiano.

Pare evidente che affermare che Salieri fosse presente al funerale di Mozart avesse a quel tempo il valore di una conferma dei buoni rapporti tra i due musicisti (e quindi è un dettaglio spesso invocato per difendere la memoria di Salieri dall’accusa ingiusta di aver assassinato il presunto “rivale”).

No, per i due autori la (asserita) presenza di Salieri nel corteo funebre non è un atto di cristiana pietà o di amicizia ma un volgare espediente dei nazionalisti per mostrare il compositore italiano che si inchinava, sconfitto, alla grandezza di Mozart!

A questo punto, però, i due autori si perdono in un circolo vizioso (nel senso della logica del principio di non contraddizione). Dopo aver accusato il buon Jahn di avere prodotto il falso della presenza di Salieri ai funerali di Mozart, infatti, scrivono che

La notizia ebbe origine dalla Allgemeine musikalische Zeitung di Lipsia del 3 novembre 1825.

Delle due l’una: il falso è stato confezionato o da Jahn o dall’autore dell’articolo del 1825, mezzo secolo prima. (Non era peraltro il numero del 3 novembre ma quello del 30 novembre):

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L’articolo in questione, non citato dai due autori, è Kleiner Beytrag zu Salieris’ Biographie ed è firmato da Anselm Hüttenbrenner, devoto allievo di Salieri a partire dal 1815, e non certo un nazionalista complottatore della prima ora.

Bianchini e Trombetta spiegano che leggendo l’articolo si capisce che

Salieri mostra la casa, dove Mozart è morto, all’allievo Anselm Hüttenbrenner il quale racconta il fatto al giornale. Dice che Salieri il 4 dicembre 1791 era stato da Mozart e che era presente al suo funerale.

Benissimo. Allora è dal bieco Hüttenbrenner che nasce il falso poco prima attribuito a Jahn?

Bianchini e Trombetta precisano che l’articolo è riportato da Cliff Eisen (un altro bieco nazionalista, parrebbe, visto che – essi scrivono – Eisen lo «riporta solo in parte» per chissà quali inconfessabili ragioni).

È vero, ma Eisen citava quella notizia non all’interno di una trattazione su Salieri ma semplicemente come documento relativo ai giorni immediatamente precedenti alla morte di Mozart:

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Se comunque Cliff Eisen non ha citato tutto l’articolo di Hüttenbrenner, Bianchini e Trombetta potevano andarsi a leggere da qualche altra parte il testo integrale, che è riportato in una miriade di biografie e studi mozartiani. Far riferimento all’unica fonte che, per motivi del tutto innocenti, lo riporta parzialmente equivale a insinuare ancora l’idea del complotto.

E infatti Hüttenbrenner riferiva altre cose su Salieri e Mozart, che tutti conoscono: i soli Bianchini e Trombetta, chini su Eisen, si stupiscono virtuosamente:

Ma se si legge tutto il pezzo scritto da Hüttenbrenner sulla AmZ il significato è ben diverso. Non c’è più l’italiano invidioso, propagandato dai biografi tedeschi, perché qui si parla del rapporto amichevole tra Mozart e Salieri.

«Lui, l’insuperabile, veniva spesso da Salieri, chiedendogli: Caro papà, mi dia qualche vecchia partitura della biblioteca di corte; voglio sfogliarla da lei. Per questa cosa egli trascurava a volte di pranzare [tutta questa parte è stata tagliata da Eisen]. Un giorno chiesi a Salieri di mostrarmi la casa in cui morì Mozart, e lui mi condusse alla Rauhensteingasse, e me la indicò. È, se ricordo bene, quella con l’icona della Vergine Maria. Salieri fece visita a Mozart il penultimo giorno della sua vita, e fu uno dei pochi ad accompagnare il suo feretro».

Mozart che va da Salieri e lo chiama papà e vuole studiare da lui, è evidentemente troppo anche per la musicologia tedesca. Nella parte omessa non c’è papà Haydn ma papà Salieri. S’è mai sentito chiamare Salieri così nel film Amadeus?

Di Lieber Papa, Dear papa, Caro papà a proposito di questo documento sono pieni i libri: tanto per citarne alcuni, alla rinfusa, Otto Jahn, Abert, Angermüller, Thayer, il Mozarteum di Salisburgo, Ludwig Nohl, e poi Schenk, Della Croce e Blanchetti.

Bianchini e Trombetta si dimenticano peraltro di citare un altro passo dall’articolo, in cui l’allievo afferma che Salieri considerava Gluck il più grande compositore operistico: questo giudizio (che dovrebbe irritare i mozartiani) non è censurato da nessun musicologo, a riprova che gli studiosi mozartiani in genere non sono dei fan o degli haters ma dei ricercatori obiettivi.

Per ora può bastare.

Solo un cenno alla conclusione trionfante del duo sondriese (p. 94: il grassetto è nostro):

Dal 1788 con la nomina a Kapellmeister imperial-regio Salieri era all’ apice della sua carriera, ben remunerato e uomo di prestigio nella vita musicale viennese. Oltre al compito presso la cappella di corte, egli dirigeva i concerti della Tonkünstlersozietät (Società dei musicisti), l’opera e la musica da camera imperiale. Non aveva certo motivo per invidiare Mozart. Né avrebbe avuto bisogno di avvelenarlo, visto che la sua posizione a Corte e il suo successo gli avevano assicurato l’assoluta tranquillità, al riparo da possibili rivali. Paradossalmente sarebbe stato possibile il contrario, cioè che Mozart avesse ucciso l’odiato (e invidiato) Salieri il quale, non dimentichiamo, ebbe molte manifestazioni di simpatia per il musicista salisburghese.

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Bella conclusione, bel paradosso.

Ma è talmente bello che uno allora si insospettisce e va a controllare. Si va a leggere Enrico Stinchelli (Mozart, la vita e l’opera, 1986) e poi controlla: no, il libro di Stinchelli non è citato nella bibliografia di Mozart. La costruzione di un genio.

Cosa dunque scriveva Stinchelli (pagina 81)?

Non avrebbe avuto bisogno di avvelenare Mozart: la posizione a corte e il suo successo gli avevano assicurato l’assoluta tranquillità e lo avevano reso inattaccabile da possibili rivali. Paradossalmente sarebbe stato possibile il contrario, cioè che Mozart uccidesse l’odiato (e invidiato) Salieri il quale, non dimentichiamo, ebbe molte manifestazioni di simpatia per il musicista salisburghese e fu uno dei pochi presenti al suo misero funerale.

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È proprio vero. Se davvero Mozart ha avuto un irresistibile penchant per il plagio e l’appropriazione indebita, anche per gli studiosi mozartiani vale il vecchio adagio secondo cui chi va con lo zoppo impara a zoppicare…

 

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