Recensioni: “Partimenti napoletani” di Carlo Vitali su Classic Voice, n. 244 (settembre 2019), pp. 64-65

Partimenti napoletani


PARTIMENTI NAPOLETANI
MUSICHE DI PAISIELLO, DURANTE, DOL(L)
CEMBALO E ORGANO Nicoleta Paraschivescu
VIOLINO Katharina Heutjer
CD Sony/Dhm 19075896222
****
Nei “partimenti”, tecnica didattica in uso nella Napoli del Settecento (e non solo), c’è chi vuol vedere nientemeno che “una forma di conoscenza esoterica dell’arte musicale” nata dai circoli dell’Arcadia romana (sic!) e chi, sperando di monetizzare mode orecchiate, millanta di averne distillato un metodo segreto per insegnare a “suonare la chitarra in quattro lezioni”. Ma cos’era in sostanza un partimento? Una nuda linea di basso con opzionali stenografie numeriche e simboliche che, sotto la supervisione di un maestro in carne e ossa, guidava l’allievo a improvvisare sulla tastiera. Anziché digerire ponderosi trattati di contrappunto come i Gradus ad Parnassum di Fux, i “figlioli” dei Conservatorii partenopei o i dilettanti della buona società europea come la granduchessa Marija Fëdorovna Romanova, allieva di Paisiello, ne ritraevano una veloce formazione empirica incentrata sulla manualità. In seguito potevano approfondirla con nozioni teoriche più avanzate inventando schizzi di danze, sonate, fughe da 2 a 4 parti. Sul tema esistevano già contributi di studiosi seri quali Giorgio Sanguinetti e Thomas Christensen; dalla Transilvania ci giunge ora un antidoto pratico alle iperboli di certi fantamusicologi. Nicoleta Paraschivescu, tastierista rumena perfezionatasi alla Schola Cantorum basiliense e allieva fra gli altri di Enrico Baiano e Andrea Marcon, è anche una studiosa che di partimenti, solfeggi e intavolature si è occupata in un volume uscito l’anno scorso (G. Paisiellos Partimenti: Wege zu einem praxisbezogenen Verständnis). Di esso il presente CD rappresenta, come da sottotitolo, un sussidio di “comprensione legata alla prassi”, registrando in prima mondiale 18 partimenti firmati da Paisiello, dal suo maestro Francesco Durante e da quel bavarese Joseph Doll che il bimbo Mozart, in visita a Napoli nel 1770, definì “un compositore tedesco e un brav’uomo”. Sono brevi pezzi da uno a 5 minuti; la complessità delle realizzazioni è non meno variabile, accoppiando all’interesse storico una piacevolezza e una verve non sempre reperibili nei moderni metodi pianistici.
Carlo Vitali

Appendice bufalaria

  • Chi volesse scoprire l’identità dei propalatori di esoteriche bufale cui si accenna in apertura della presente recensione non ha che documentarsi su questa pagina web: https://www.italianopera.org/partimenti/ Oppure, meglio ancora, può recarsi venerdì 11 ottobre 2019, ore 17, allo storico Gran Caffè Gambrinus di Napoli dove, fra un’ottima “tazzulella” di espresso e una fetta di pastiera, potrà incontrarli di persona e ascoltarne gratis i sollazzevoli discorsi: https://www.napolitoday.it/eventi/conferenza-scuola-napoletana-partimenti-e-metodo-catemario.html.Caffè e consumazioni si pagano a parte, ma vi assicuro che ne vale la pena.
  • “Qui abbiamo una “romanesca” conclusa da una cadenza. […] Che cos’è questa “romanesca”? La “romanesca” è semplicemente un CANONE DI PACHELBEL. Solo che il canone di Pachelbel è il nome di un tedesco ma l’origine è napoletana. […] Noi li chiamiamo con nomi che i dischi ci fanno vedere. In realtà sono modelli che arretrano fino al Seicento.” (Luca Bianchini, Mondo Musica del 29 settembre 2018, Partimenti napoletani di Edoardo Catemario).

Appendice bis

In margine alla tua appendice di commento, mio caro Feraspe, mi viene da commentare a mia volta quanto segue.

“La ‘romanesca’ è semplicemente un CANONE DI PACHELBEL. Solo che il canone di Pachelbel è il nome di un tedesco ma l’origine è napoletana. […] Noi li chiamiamo con nomi che i dischi ci fanno vedere. In realtà sono modelli che arretrano fino al Seicento.” (Luca Bianchini).

Fuffa campanilista da quattro soldi, del tutto indegna di un musicologo da 110 e lode. Serve soltanto a prendere per il modem quei dilettanti che “fanno ricerca” sui dischi e su YouTube. Continueremo dunque a chiamarli Musicologi del Tubo e Tribuni della Plebe mediatica. A chi viceversa ha letto un paio di libri e di partiture non sfuggirà che:

  1. La romanesca è una sequenza di quattro accordi su basso ostinato, sulla quale si possono costruire variazioni scritte o improvvisate. Una semplice formula melodico-armonica in uso larghissimo fra metà Cinque e seconda metà Seicento; non è nemmeno certo se, a dispetto del nome, la sua prima origine sia da ricercarsi in Spagna (villancico “Romanesca o Guárdame las vacas”, 1546) o in Italia (passemezzo antico). Il dottor Bianchini sembra ignorare che per il canone di Pachelbel la data di composizione più probabile si può fissare intorno al 1690. “Modelli che arretrano”? “Origine napoletana”? Ipse dixit, o forse si tratta di un suggerimento del garrulo citaredo riscopritore dell’ombrello.
  2. Il cosiddetto canone di Pachelbel fonde un autentico canone all’unisono a 3 voci nelle parti superiori con un basso ostinato di due battute (in tutto 8 note) nel continuo. Secondo la terminologia dell’epoca si potrebbe definirlo una ciaccona o una passacaglia.

Ridurre questa labirintica struttura di 28 variazioni alla semplice base armonica della romanesca sarebbe come dire che per descrivere l’Abbazia di Westminster basta esaminare il tracciato delle sue fondamenta, assai simile a quello della cattedrale di Chartres. Lo storico dell’architettura che si azzardasse a scrivere una simile fesseria sarebbe a buon diritto subissato da fischi e pernacchi. Altrettanto, col massimo rispetto delle persone, ci permettiamo di suggerire all’indirizzo dei picconatori di Sondrio e neoborbonici seguaci.

Carlo Vitali

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