Fake News su Andrea Luchesi: “Qualis pater pejor filius” di Carlo Vitali

Faccio seguito al mio post Miseria e nobiltà! Bufale genealogiche made in Treviso, per riferire che un amico comune dell’Ill.mo Dr. Prof. Agostino Taboga e mio (ebbene sì, esiste anche una simile rara avis) mi rimprovera di aver denigrato forse troppo alla leggera le competenze filologiche del sullodato figlio d’arte. Così avevo scritto infatti: “Siamo andati a controllare l’atto, che Taboga junior trascrive infarcendolo di refusi (non è un gran paleografo, ma questo si sapeva)”.

Nulla essendo più alieno da me che ripagare d’egual moneta le gratuite insolenze della setta neotaboghiana, la “povera persona” scrivente si pregia di allegare qui una tabella comparativa degli sfondoni in cui sono incorsi il padre e il figlio nel trascrivere il facile latinetto di un parroco renano del tardo Settecento. Non troppo male per un dilettante la prestazione del genitore (1994); decisamente scadente quella del rampollo (2018). Per dirla coll’immortale Metastasio (op. non cit.): “Declina il mondo, e peggiorando invecchia”. Ora attendiamo che il nostro paleografo/codicologo lagunare vada di soppiatto a correggere, come già accaduto in altri casi tipo quello della Sinfonia n. 13 di Haydn.

Ma c’è di peggio, signori Taboga! Avevate nascosto ai vostri lettori che il “Praenobilis” è stato interpolato sopra il rigo… Forse Andreino avrà fatto storie con l’ignaro parroco? Lo avrà corrotto con un mezzo ducato e una presa di tabacco affinché non lo facesse sfigurare di fronte ai parenti acquisiti? Come direbbe Taboga junior, un siffatto scenario si può “legittimamente” ipotizzare. Della ben nota serie italica: “Lei non sa chi sono io”.

Spiegateci infine come e qualmente il famoso titolo di “Prænobilis” – associato per la prima volta a Luchesi in un documento tedesco del 1775 e ripetuto usque ad nauseam nelle vostre biografie alternative – dovrebbe attestare la fantasticheria retrospettiva di un suo libero accesso ai salotti aristocratici veneziani negli anni 1760 in qualità di “nobile dilettante”. Tutte contorsioni dialettiche al servizio di una preconcetta agiografia tipo Novella2000.

“… Le sue condizioni economiche furono sempre tali da consentirgli di esercitare a Venezia la musica senza aver ufficialmente alcuno scopo di interesse, come scrive il 18 aprile 1770 al conte Riccati, consentendo di escludere qualsiasi millanteria” (Giorgio Taboga, L’ora della verità, cit., p. 31).  Si noti lo scarto logico: “ufficialmente”/ “consentendo di escludere”… “Non avendo sin ad ora avuto mai scopo d’interesse ma solamente quello di potermi far onore”. Questo lo dice lui, quasi supplicando la Sua “Signoria Illustrissima” di fargli scrivere un’opera per il Teatro Nuovo di Treviso. Non esattamente una piazza di primo rango per uno che poche righe prima affermava: “Ho scritto molto in questo scorso tempo perché ho composto diverse opere, alcune per la Germania, altre per Venezia”. Ma come? Siamo davvero così ignari dell’uso di mondo  (e della cerimoniosa prosa epistolare del secolo decimottavo)  da non sapere cosa può nascondersi dietro simili proteste?

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Aristarco Scannabufale, in arte “il Gazzettante”

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